Mussi ha fatto a pezzi l’università. Ma non tutto è perduto

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Mussi ha fatto a pezzi l’università. Ma non tutto è perduto

10 Aprile 2008

Pisa è la città dell’università. Difficile negarlo. In un centro di poco più di 86000 abitanti 50000 sono studenti. Qui è nata una delle università più antiche d’Italia, l’università statale. E qui ci sono ben tre poli universitari, tra cui quelli d’eccellenza più rinomati nel mondo. Agli occhi di molti il capoluogo toscano non è solo la Torre pendente, ma anche la Normale e la scuola Sant’Anna. Due dei centri di formazione superiore che hanno sfornato alcune delle menti migliori del mondo culturale (e non solo) italiano.

Per questo il day after dell’università italiana è giusto parta da qui. Perché la speranza per un futuro migliore dell’Accademia italiana, dopo il disastro dell’era Mussi, vale la pena inizi dal luogo in cui l’Università tutto sommato ancora ha una sua dignità – definizione non enfatica – che chissà fino a quando resisterà ad un lento quanto inesorabile declino.

Agli organizzatori di un incontro pubblico tra politici, docenti e studenti che si è tanuto ieri nel capoluogo toscano quest’impresa – che agli occhi di molti appare titanica  – sembra che così abbia una credibilità maggiore. Partire da Pisa per riformare l’università significa assumersi un impegno di lungo periodo che non può essere considerato solo un appuntamento da campagna elettorale né una promessa da realizzare chissà in quale tempo. Per un motivo semplice: l’università non ha più tempo. Sono i numeri a parlare. Per trovare le università italiane nelle statistiche dei paesi Ocse dobbiamo superare di gran lunga il centesimo posto.

In questo quadro a tinte fosche, è inutile negarlo, la politica deve recitare un ruolo da protagonista. Occorrono nuove regole e una nuova mentalità che non può non partire dall’alto. Del resto, la presenza in questo luogo della politica è emblematicamente personificata da Gaetano Quagliariello e Giuseppe Valditara (senatori rispettivamente di Forza Italia e An, oggi entrambi candidati del PdL), due che negli ultimi sette anni si sono spesi quasi quotidianamente perché nell’università si ripartisse praticamente da zero. Le parole d’ordine restano quelle pronunciate in questi anni senza infingimenti: concorrenza, competizione, meritocrazia, liberalizzazione. Con un’aggiunta tutta politica e, questa sì da campagna elettorale. Se il PdL vincerà le elezioni e andrà al governo le idee sul da farsi sono già chiare: attribuire allo Stato centrale un numero limitato di essenziali funzioni di accreditamento e di controllo, lasciando tutto il resto all’effettiva autonomia degli atenei;  abolire la terza fascia dei ricercatori e stabilire ruoli precari per il post-dottorato ma anche certezza sui tempi dei concorsi; ritornare alla libera docenza; pensare a un sistema di valutazione a cui i docenti si sottopongano volontariamente; proporre di riservare una parte dello stipendio del docente alla libera contrattazione; perfezionare il meccanismo per graduare i trasferimenti dallo Stato a seconda dei risultati conseguiti; incoraggiare la differenziazione delle competenze didattiche e di ricerca, soprattutto per quel che concerne l’eccellenza; incoraggiare la mobilità  di docenti e studenti; predisporre un programma d’aiuto statale per l’eccellenza in campo umanistico; liberalizzare i curricula dalla gabbia dei crediti che li ha fin qui imprigionati; perfezionare il sistema di borse di studio per i bisognosi e i meritevoli, istituire prestiti d’onore e liberalizzare le rette; realizzare interventi per incoraggiare l’arrivo di finanziamenti e investimenti privati.

Ma la politica è solo il contorno di una rivoluzione che deve proseguire dall’interno. In questo senso, il clima che si respira nel centro congressi dell’università pisana è di realistico entusiasmo. Ripartire praticamente da zero, senza perdere la speranza di poter ricostruire sulle macerie. L’entusiasmo maggiore, come quasi sempre accade, lo mostrano soprattutto i giovani. Nonostante il tema non sia di quelli che trascinano le folle e riempiano gli spalti, la sala è gremita di studenti. Un segno evidente che la rinascita, dopo il disastro nucleare dei Prodi, Mussi e Modica, interessa principalmente loro. Sull’università hanno le idee chiare. Alzano il tono della voce e sembrano invertire quella tendenza, denunciata più di una volta, che in tutti questi anni di tentativi di riformare l’università, con la Moratti per prima, i giovani si sono mobilitati contro loro stessi, contro il loro futuro, contro le scelte per gran parte anche impopolari che avrebbero ridato un senso e la dignità perduta al mondo a cui appartengono.

Hanno parlato i rappresentanti politici degli studenti, ma hanno parlato soprattutto i giovani e meno giovani universitari. Chiedendo oltre alle parole d’ordine della politica anche legalità, trasparenza, mobilità e serietà dell’insegnamento. Sono loro che, alla fine, lanciano la riflessione più profonda. Basta incorociare gli sguardi di questi giovani per capire fino a che punto la sfida educativa ha fallito, perché ha ceduto il passo al pedagogismo ideologico, alla logica corporativa, ad una cultura dell’egualitarismo che ha costretto i migliori a nascondersi o a riparare altrove. Ci si accorge che per fortuna gli slogan non convincono più nessuno e che è ora che le teorie lascino spazio all’azione concreta.