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Mutui e tassi: ecco come gli Usa curano la crisi

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Il taglio, martedì, di un quarto di punto ai tassi sui federal funds e al tasso di sconto (rispettivamente al 4,25 e 2,75 per cento) da parte della Federal Reserve è un chiaro segnale della volontà, da parte dell'istituzione monetaria, di contribuire ad alleviare la situazione dei mutui subprime, in presenza di un quadro congiunturale sostanzialmente incerto.

La sostanziale tenuta degli indicatori sull'andamento del mercato del lavoro, la settimana scorsa, ha impedito una riduzione più incisiva, deludendo le aspettative del mercato, che ha reagito con una leggera correzione al ribasso degli indici azionari.

L'azione congiunta dell'Amministrazione Bush, che ha congelato i tassi sui mutui e della Fed conferma la crescente attenzione nei confronti di un quadro complessivo che il comunicato ufficiale delle autorità monetarie americane non ha esitato a definire caratterizzato da incertezze sul versante della crescita e dell'inflazione.

Nel frattempo le tre maggiori banche americane, Bank of America, Citigroup e JP Morgan Chase hanno lanciando, dopo un lungo e difficile negoziato, un nuovo strumento finanziario, il fondo SuperSiv, mirante al riacquisto dei cosiddetti Special Investment Vehicle (Siv), onde prevenirne la svalutazione sul mercato, con conseguenti pesanti perdite per il sistema bancario.

L'intento del segretario al Tesoro Paulson, promotore dell'iniziativa, è quello di prevenire un altrimenti possibile collasso dei Siv, che si ripercuoterebbe in modo drammatico sulle banche coinvolte, la cui esposizione complessiva ammonterebbe, secondo stime di Moody's, a oltre 100 miliardi di dollari. Il fondo SuperSiv, nell'intento delle banche promotrici, dovrebbe raccogliere un ammontare di circa 75-100 miliardi di dollari, e sarebbe gestito dalla società BlackRock, uno dei gestori di fondi più autorevoli sul mercato, a tutela della credibilità dell'operazione.

Sebbene la situazione dell'economia americana sia, evidentemente, monitorizzata con grande attenzione, il quadro previsivo rimane al momento di difficile definizione. Secondo uno dei più anziani ed esperti analisti dell'economia statunitense e delle sue relazioni con il resto del mondo, l'economista Martin Feldstein dell'università di Harvard, ulteriori tagli ai tassi si renderanno necessari, nel corso del 2008, per scongiurare il pericolo dell'entrata in recessione degli Stati Uniti.

Recentemente intervistato da Business Week, Feldstein ha ribadito di auspicare un'ulteriore discesa del dollaro, che sosterrebbe la competitività dei prodotti americani e aiuterebbe ad assottigliare il forte deficit della bilancia commerciale. Va notato che nella sua analisi Feldstein, uno storico fautore di politiche economiche unilaterali da parte degli Stati Uniti, non sembra curarsi del fatto che, come si era osservato la settimana scorsa, i prodotti americani starebbero già spiazzando le esportazioni europee su molti mercati terzi. Se l'aggiustamento del deficit commerciale americano dovesse realizzarsi a spese dell'Europa si potrebbe creare per quest'ultima, già stretta tra una crescita debole e un'inflazione non del tutto sopita, un dilemma di difficile soluzione. Al riguardo, la settimana scorsa la Bce si è trovata a sposare una posizione di compromesso, consistente nel mantenere i tassi invariati, in attesa dei futuri sviluppi.

La decisione, da taluni criticata perché non cercherebbe di contrastare, giocando d'anticipo, gli effetti della possibile recessione americana sulle economie europee, è comunque perfettamente coerente con il suo mandato, per alcuni troppo limitato rispetto agli ampi spazi concessi alla Fed, di perseguimento della stabilità dei prezzi.

Le previsioni dello staff della Banca centrale europea indicano infatti per il prossimo anno un leggero rialzo dell'inflazione, misurata dall'indice armonizzato dei prezzi al consumo, una stima ritenuta troppo ottimistica  persino all'interno dell'istituzione di Francoforte.

Alla luce dello stato attuale del dibattito sugli sviluppi della congiuntura mondiale il prossimo anno, le prossime mosse dei responsabili della politica economica in Europa, e nei paesi che la compongono, non potranno comunque mancare di tenere in conto l'andamento della congiuntura americana, e le sue possibili ripercussioni su quella europea.

Se è vero, come si diceva nei decenni trascorsi, che "quando l'America tossisce l'Europa si prende la polmonite", si dovrebbe riflettere che se oggi l'America ha iniziato diligentemente a curarsi non sarebbe forse inopportuno che anche l'Europa cominciasse a pensare seriamente e per tempo alla propria salute.    

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