Mutui e tassi: ecco come gli Usa curano la crisi

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Mutui e tassi: ecco come gli Usa curano la crisi

13 Dicembre 2007

Il taglio, martedì, di un quarto di punto ai tassi sui federal
funds e al tasso di sconto (rispettivamente al 4,25 e 2,75 per cento) da parte
della Federal Reserve è un chiaro segnale della volontà, da parte
dell’istituzione monetaria, di contribuire ad alleviare la situazione dei mutui
subprime, in presenza di un quadro congiunturale sostanzialmente incerto.

La
sostanziale tenuta degli indicatori sull’andamento del mercato del lavoro, la
settimana scorsa, ha impedito una riduzione più incisiva, deludendo le
aspettative del mercato, che ha reagito con una leggera correzione al ribasso
degli indici azionari.

L’azione congiunta dell’Amministrazione Bush, che ha
congelato i tassi sui mutui e della Fed
conferma la crescente attenzione nei confronti di un quadro complessivo che il
comunicato ufficiale delle autorità monetarie americane non ha esitato a
definire caratterizzato da incertezze sul versante della crescita e
dell’inflazione.

Nel
frattempo le tre maggiori banche americane, Bank of America, Citigroup e JP
Morgan Chase hanno lanciando, dopo un lungo e difficile negoziato, un nuovo
strumento finanziario, il fondo SuperSiv, mirante al riacquisto dei cosiddetti
Special Investment Vehicle (Siv), onde prevenirne la svalutazione sul mercato,
con conseguenti pesanti perdite per il sistema bancario.

L’intento del
segretario al Tesoro Paulson, promotore dell’iniziativa, è quello di prevenire
un altrimenti possibile collasso dei Siv, che si ripercuoterebbe in modo
drammatico sulle banche coinvolte, la cui esposizione complessiva ammonterebbe,
secondo stime di Moody’s, a oltre 100 miliardi di dollari. Il fondo SuperSiv,
nell’intento delle banche promotrici, dovrebbe raccogliere un ammontare di
circa 75-100 miliardi di dollari, e sarebbe gestito dalla società BlackRock,
uno dei gestori di fondi più autorevoli sul mercato, a tutela della credibilità
dell’operazione.

Sebbene la
situazione dell’economia americana sia, evidentemente, monitorizzata con grande
attenzione, il quadro previsivo rimane al momento di difficile definizione.
Secondo uno dei più anziani ed esperti analisti dell’economia statunitense e
delle sue relazioni con il resto del mondo, l’economista Martin Feldstein dell’università
di Harvard, ulteriori tagli ai tassi si renderanno necessari, nel corso del
2008, per scongiurare il pericolo dell’entrata in recessione degli Stati Uniti.

Recentemente intervistato da Business Week, Feldstein ha ribadito di auspicare
un’ulteriore discesa del dollaro, che sosterrebbe la competitività dei prodotti
americani e aiuterebbe ad assottigliare il forte deficit della bilancia
commerciale. Va notato che nella sua analisi Feldstein, uno storico fautore di
politiche economiche unilaterali da parte degli Stati Uniti, non sembra curarsi
del fatto che, come si era osservato la settimana scorsa, i prodotti americani
starebbero già spiazzando le esportazioni europee su molti mercati terzi. Se
l’aggiustamento del deficit commerciale americano dovesse realizzarsi a spese
dell’Europa si potrebbe creare per quest’ultima, già stretta tra una crescita
debole e un’inflazione non del tutto sopita, un dilemma di difficile soluzione.
Al riguardo, la
settimana scorsa la Bce si è trovata a sposare una posizione di compromesso,
consistente nel mantenere i tassi invariati, in attesa dei futuri sviluppi.

La
decisione, da taluni criticata perché non cercherebbe di contrastare, giocando
d’anticipo, gli effetti della possibile recessione americana sulle economie
europee, è comunque perfettamente coerente con il suo mandato, per alcuni
troppo limitato rispetto agli ampi spazi concessi alla Fed, di perseguimento
della stabilità dei prezzi.

Le previsioni dello staff della Banca centrale
europea indicano infatti per il prossimo anno un leggero rialzo
dell’inflazione, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo, una stima
ritenuta troppo ottimistica  persino
all’interno dell’istituzione di Francoforte.

Alla
luce dello stato attuale del dibattito sugli sviluppi della congiuntura
mondiale il prossimo anno, le prossime mosse dei responsabili della politica
economica in Europa, e nei paesi che la compongono, non potranno comunque
mancare di tenere in conto l’andamento della congiuntura americana, e le sue
possibili ripercussioni su quella europea.

Se è vero, come si diceva nei
decenni trascorsi, che “quando l’America tossisce l’Europa si prende la
polmonite”, si dovrebbe riflettere che se oggi l’America ha iniziato
diligentemente a curarsi non sarebbe forse inopportuno che anche l’Europa
cominciasse a pensare seriamente e per tempo alla propria salute.