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Myanmar, contro il regime la via delle sanzioni è quella giusta

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La protesta dei bonzi del Myanmar contro la giunta militare al potere è sempre più al centro dell’attenzione della comunità internazionale. Al Palazzo di vetro dell’Onu, in piena sessione ordinaria dell’Assemblea generale, la questione è stata affrontata in varie sedi.

Per la giornata di mercoledì 26 è stata convocata d’urgenza una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza, con l’audizione di Ibrahim Gambari, inviato speciale nella regione del Segretario generale Ban Ki-moon. Gambari ha reso noti gli ultimi sviluppi della crisi, anche se alle domande dei giornalisti sul numero delle vittime della repressione della protesta, la portavoce del Segretario Generale ha dichiarato di non avere informazioni precise. La riunione del Consiglio di sicurezza si è conclusa però con un nulla di fatto poiché, per l’opposizione di Cina, Russia e Indonesia, non è stato possibile raggiungere un accordo sull’adozione delle sanzioni economiche volute dall'Occidente che ha ritrovato l'unità di Usa e Unione europea.

Perplessità sono state sollevate sull’efficacia di tali sanzioni che, come dimostrerebbe la storia recente, a partire dall’esperienza irachena, indeboliscono le popolazioni e rafforzano le dittature. Dalle prime sanzioni all’Iraq a oggi, però, qualcosa è cambiato nel modo di agire dell’Onu e le targeted sanctions, a cui negli ultimi tempi il Consiglio di sicurezza ha fatto spesso ricorso, potrebbero essere uno strumento utile ad affrontare la crisi birmana. Si tratta di sanzioni individuali che colpiscono esclusivamente le persone fisiche e giuridiche indicate dal Consiglio o da un suo organo sussidiario (in genere il Comitato delle sanzioni), evitando effetti collaterali su terzi innocenti. I listati sono solitamente sottoposti al congelamento dei beni, al travel ban e all’embargo di armi. Di questo strumento l’Onu si è avvalso nella lotta al terrorismo internazionale e ad Al Qaeda%2C per la situazione in Liberia, in Libano e in Costa d’Avorio, e sebbene si tratti di misure da perfezionare, per le complicazioni relative ai diritti di difesa dei listati, la loro utilizzazione può considerarsi esperienza positiva quanto all’esclusione di danni umanitari per le popolazioni civili.

L’unico risultato che il Consiglio di sicurezza è riuscito a raggiungere è stato l’unanime benestare all’invio di Gambari in Myanmar, che tuttavia per il diritto internazionale non è sufficiente a consentirgli l’ingresso nel Paese. A tal fine è infatti richiesto il consenso dello Stato territoriale, cioè della giunta militare di Yangoon, alla cui collaborazione ha fatto appello lo stesso Ban Ki-moon.

Della crisi birmana ha parlato anche Louise Arbour, alto commissario Onu dei diritti umani, che ha richiamato la giunta al rispetto dei diritti fondamentali della persona, come garantiti dal diritto internazionale generale. La Arbour ha fatto espresso riferimento al divieto di arbitrarie privazioni della vita e di arbitrari arresti e detenzioni, al divieto di tortura e di sottoporre la popolazione a trattamenti o punizioni inumani e degradanti, oltre che alla libertà di pensiero, di coscienza e religione. Confrontando il comunicato stampa della Arbour con le dichiarazione della portavoce del Segretario generale sull’assenza di informazioni specifiche sull’evoluzione della crisi, sembrerebbe che l’alto commissariato Onu si sia riferito alle notizie di morti, deportazioni e pestaggi diffuse a mezzo stampa.

Si tratta chiaramente di notizie da verificare, come da verificare sarebbero le circostanze dei fatti, per poter eventualmente considerare sussistenti gli estremi di un illecito internazionale. L’invio nella regione di Gambari potrebbe essere utile ad avere un quadro più chiaro della situazione, ma sarebbe più opportuna la costituzione di una commissione di inchiesta. Anche in tal caso, tuttavia, occorrerebbe il consenso della giunta.

Per un’azione del Consiglio di sicurezza, invece, non necessita né l’accertamento di responsabilità internazionali né il consenso della giunta. I suoi interventi ex Capitolo VII, tra cui l’adozione di sanzioni economiche, sono decisi a fronte di un’accertata minaccia alla pace, violazione della pace o atto di aggressione, a prescindere da eventuali responsabilità per fatto illecito dello Stato contro cui si agisce e a prescindere dal suo consenso. Si tratterebbe solo di verificare se nella nozione di minaccia alla pace prevista dall’art. 39 della Carta possa considerarsi rientrante la situazione presente in Myanmar.

Da tempo gli Stati Uniti tentano di battere questa strada, appoggiati da varie organizzazioni non governative, ma senza successo. Il 29 settembre 2005, l’amministrazione Bush, in una lettera al Presidente del Consiglio, ha qualificato la crisi birmana come una minaccia alla pace, sull’onda della pubblicazione di un rapporto commissionato da Vaclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca e dal Premio Nobel per la pace, Bishop Desmond Tutu. Pur nella crescita dei consensi a un intervento del Consiglio, nel dicembre dello stesso anno, per l’opposizione di Algeria, Brasile, Cina, Giappone e Russia, la questione è stata archiviata con una consultazione informale che rinviava a ulteriori approfondimenti. Nel frattempo, in varie risoluzioni, anche l’Assemblea generale e la Commissione dei diritti umani Onu esprimevano la loro preoccupazione, richiamando l’attenzione della giunta sul tema della tutela delle libertà fondamentali della persona.

Il presidente francese Sarkozy ha annunciato l’incontro ufficiale con il premier in esilio del precedente esecutivo di Yangoon, Sein Win, dando così un segnale molto forte alla comunità internazionale. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’inasprimento delle sanzioni, già in atto dal 1997. Gordon Brown ha chiesto all’Unione europea di avvertire la giunta militare del possibile inasprimento di sanzioni anche da parte dell’UE.

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1 COMMENT

  1. sanzioni
    gli ultimi 10 anni di sanzioni come abbiamo potuto vedere non hanno prodotto buoni frutti.Lo sappiamo tutti che le sanzioni si aggirano e prodotti tessili “made in Myanmar” ne ho incontrati assai..raggiri sfrontati che nemmeno salvano la faccia con un cambio di etichetta..lo stesso succede con le armi e componenti di esse, anche prodotte in Italia, svicolando di quà e di là, fra paesi compiacenti e compiaciuti, arrivano anche al regime del Myanmar…

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