Napolitano e Chiodi usano lo stesso linguaggio, quello della verità
22 Agosto 2011
di V. F.
C’era grande attesa ieri a Rimini, al Meeting di Comunione e Liberazione, per l’intervento del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Il tema di quest’anno del resto ruota intorno ad una parola sulla quale da mesi tutti, e non solo il mondo politico, si interrogano con urgenza e preoccupazione.
Il mondo ha bisogno di certezze. Perché si sono pian piano sgretolate tutte. E’crollata anche la fiducia,a cominciare da quella economica. Ma è solo il simbolo di una crisi più ampia, che investe anche altri valori, sociali e culturali. E che, come ha sottolineato ancora il presidente Napolitano, “ha fatto sprofondare gli italiani in un angoscioso presente, nell’ansia del giorno dopo, in una ricerca obbligata e concitata di risposte urgenti". Una situazione “grave e inquietante”, per affrontare la quale, però, Napolitano esorta ad usare un unico linguaggio, quello della verità, che “non induce al pessimismo, ma esorta a reagire con coraggio e lungimiranza”.
Un dovere, la verità, al quale sono chiamati soprattutto coloro che hanno la responsabilità di governare. Ed è un dovere che essi hanno di fronte alle società, alle famiglie e alle giovani generazioni. Con una raccomandazione, sottolineata con forza dal capo dello Stato: dare fiducia non significa alimentare illusioni; non significa minimizzare o sdrammatizzare la realtà, ma guardarvi in faccia, “con intelligenza e con coraggio”. Napolitano parlava ad una platea che è l’Italia intera, certo. Ma in più di un passaggio il presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha avuto un sussulto. Forse qualche conferma. E un incoraggiamento.
Nelle ultime settimane è in atto in Abruzzo un dibattito a distanza, tra istituzioni, mondo produttivo, intellettuali, che analizza la gestione della difficile situazione politica ed economica della regione e il modo in cui è stata affrontata dal governo regionale. Una delle critiche che è stata sollevata nei confronti del presidente Chiodi è stata proprio quella di aver descritto la crisi come meno complessa di quella che è. Una osservazione che a chi ha seguito – e segue -con obiettività l’azione della maggioranza, deve essere sembrata quasi un autogol per i detrattori dell’attuale governo regionale. Perché su un punto il presidente Chiodi è sempre stato fin troppo chiaro, alimentando, anzi, anche le perplessità dei suoi alleati: ha sempre realisticamente tratteggiato il momento attuale come uno dei più critici dal 1929. E il fatto che si sia fatto riferimento, in qualche occasione, ad indicatori economici che hanno collocato l’Abruzzo al di sopra del trend nazionale per crescita, non ha significato certo sminuire le preoccupazioni.
Napolitano chiede una svolta, per rilanciare la crescita del Paese. Una crescita diversa, il cui simbolo non può essere riduttivamente rappresentato da qualche punto di Pil. Una crescita, per essere davvero tale, deve puntare al “benessere delle persone”. E deve interrogarsi sul futuro dei giovani, che hanno diritto a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. Perché , dice Napolitano,“lasciare quell’abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle delle generazioni più giovani e di quelle future significherebbe macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale”.
Sono parole, appunto, del presidente Napolitano. Ma chiunque abbia valutato con un minimo di obiettività le iniziative del presidente Chiodi non può negare che la preoccupazione per il futuro dei giovani è sempre stata in cima ai suoi pensieri. Per questo, di fronte alla crisi, la priorità del governo regionale è stata quella di ridurre il debito pubblico e di abbattere la spesa regionale, a cominciare da quella sanitaria. Anche quando ciò ha comportato misure impopolari.
Ora, certo, bisogna guardare al futuro. Perché investire sul futuro è l’unico passaporto per la crescita e lo sviluppo di una comunità. Esiste il problema dei fondi Fas regionali, che la manovra economica del governo rischia di tagliare. Anche in questo caso il realismo impone a Chiodi di non poter escludere che ciò accada, anche se l’impegno per evitarlo è naturalmente massimo. Ma il quadro nazionale è fin troppo eloquente ed eventuali responsabilità non potranno di certo essere imputate al governo regionale.
Di slogan, enunciazioni, false promesse, l’Abruzzo ne ha ascoltati fin troppi. Il presidente Chiodi ha fatto una scelta diversa, quella di rimanere con i piedi per terra. E lo ha detto lui stesso, di voler “essere ricordato come un presidente che ha avuto il coraggio delle scelte, che non si è limitato a mere enunciazioni o a passerelle ad effetto, ma che ha tentato di essere nelle azioni sempre coerente con gli intenti manifestati, come un presidente che ha lavorato con impegno totale per la sua regione”.
Ha fatto, insomma, con qualche mese di anticipo quello che ieri ha chiesto il presidente Napolitano. Ha scelto la via più difficile: essere affidabile, parlando il linguaggio della verità.
