Napolitano ha deciso: il 14 dicembre si conosceranno le sorti della legislatura

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Napolitano ha deciso: il 14 dicembre si conosceranno le sorti della legislatura

16 Novembre 2010

Prima della resa dei conti politici, la messa in sicurezza di quelli dello Stato. Finanziaria, dunque, poi il redde rationem con le mozioni di fiducia e sfiducia tra Senato e Camera. Accadrà tutto in Parlamento e in contemporanea, a dicembre. Date fissate: 13 e 14.  Il consulto al Quirinale voluto da Napolitano coi presidenti Schifani e Fini è servito sostanzialmente a trovare un compromesso nel muro contro muro delle mozioni di maggioranza e opposizioni e a indicare una road map che garantisca un iter senza scossoni per la legge di stabilità, la cui approvazione è la premessa obbligata per poi aprire la verifica in Parlamento sulla crisi di governo.

La mattina del 13 dicembre il premier farà le comunicazioni a Palazzo Madama, mentre nel pomeriggio a Montecitorio si aprirà il dibattito sulla mozione di sfiducia presentata da Pd e Idv. Il giorno successivo ci saranno le relative votazioni. Intanto, il Pdl fa quadrato attorno a Berlusconi (“una fuoriuscita del premier dalla politica e’ impensabile” dice Denis Verdini) e incassa il ritorno nei ranghi del partito del deputato Giuseppe Angeli che lascia Fli e fa scendere a quota 36 i numeri dei finiani a Montecitorio. Ma nella maggioranza non passa inosservata la mossa del capo di Fli che prima di incontrare Napolitano nella veste di terza carica dello Stato (insieme a Schifani) riunisce i ‘suoi’ senatori e mette a punto la strategia anti-Cav. Una mossa che a detta di molti pidiellini “viola la correttezza istituzionale” e sul piano politico conferma il disegno “dei nuovi trasformisti che vogliono calpestare il voto popolare”.

Commentando coi fedelissimi l’esito del vertice al Colle, il premier si sarebbe detto soddisfatto, confermando tuttavia che la linea resta quella decisa con Bossi: se il governo dovesse ottenere la fiducia solo al Senato e non a Montecitorio salirà al Quirinale per chiedere lo scioglimento della Camera o di entrambi i rami del Parlamento, nel rispetto delle prerogative del capo dello Stato al quale spetta l’ultima parola. Nella partita tra le mozioni di fiducia e sfiducia, il Cav. puntava a due obiettivi.

Il primo: facendo votare prima il Senato l’intento era quello di dimostrare che in uno dei due rami del Parlamento la maggioranza c’è ed è solida, scongiurando così qualsiasi tentativo ribaltonista di governi tecnici o di responsabilità nazionale. In altre parole, rompendo le uova nel paniere a Fini, Casini, Rutelli e Bersani. Una condizione per la quale anche la decisione finale di Napolitano non sarebbe stata di certo facile.

Il secondo: incassare il sì di Palazzo Madama e tentare così di sgretolare le granitiche certezze della pattuglia finiana, aprendo un varco sull’esito del voto a Montecitorio. Diametralmente opposto il traguardo fissato da Fini che, invece, puntava a calendarizzare la mozione di sfiducia alla Camera prima delle comunicazioni del premier al Senato, in modo tale da lasciare aperta la strada a un esecutivo tecnico. In sostanza, secondo i piani dei terzo polisti, di fronte alla sfiducia di Montecitorio per il Cav. la via obbligata è solo quella di recarsi da Napolitano.

Una partita che si sta giocando da alcuni giorni, con le opposizioni determinate a sollevare questioni di merito, come ha ripetuto anche oggi Franceschini, convinto del fatto che la mozione di sfiducia debba avere la priorità. In realtà, è vero il contrario: ogni ramo del Parlamento decide in maniera autonoma.

La soluzione uscita dall’incontro con Napolitano appare un compromesso nella guerra di posizione tra maggioranza e opposizioni, anche se nel centrodestra non mancano perplessità sulla contestualità dei due voti. Se la si guarda dalla parte del premier, la decisione di partire da Palazzo Madama segna un punto a suo vantaggio; era quello che voleva e sancisce il raggiungimento del primo obiettivo prefissato. Ma il fatto che le due mozioni vengano discusse e votate praticamente nello stesso momento, può ridurre il margine sulla possibilità di produrre effetti incisivi sugli equilibri della Camera, dal momento che tutto si gioca e di decide nell’arco ristretto di poche ore.

Ed è pur vero che se anche la maggioranza riuscisse a respingere l’assalto a Montecitorio, il risultato finale sarebbe quello di un governo che si regge sul precario equilibrio di una manciata di voti.  Il che significherebbe “vivacchiare”, cioè navigare a vista. Non solo: ma uno scenario del genere finirebbe per dare un vantaggio al presidente della Camera per continuare nell’opera di logoramento di governo e maggioranza, oltretutto con l’incognita di un incidente di percorso sempre dietro l’angolo. Per questo la posizione di Pdl e Lega resta ancorata al voto anticipato (come ha confermato Bossi ai suoi nel vertice serale del Carroccio al Senato), a prescindere dalle variabili.

Ma a proposito di variabili, nei capannelli di deputati da oggi impegnati in Aula sulla legge di stabilità circola un’ipotesi che se si dovesse concretizzare rappresenterebbe un vero e proprio colpo di scena: la mozione di sfiducia potrebbe essere impallinata proprio dalle forze politiche che ne hanno già annunciato il sostegno, magari non facendo partecipare al voto un numero congruo di deputati. Gli indizi in campo, non la fanno ritenere del tutto peregrina, se si considera che né Fini e Casini, tantomeno Bersani hanno intenzione di tornare davanti agli elettori in un tempo così breve.  

Dunque il 14 dicembre si conosceranno i destini della legislatura. Lo stesso giorno – ironia della sorte – in cui la Consulta si pronuncerà sul legittimo impedimento. Secondo i rumors di Palazzo, Fini avrebbe preferito posticipare la data del voto sulle mozioni, anche perché se la Corte Costituzionale dovesse bocciare il provvedimento a quel punto – secondo la teoria futurista – potrebbe verificarsi quello smottamento tutto interno alla maggioranza, che molti finiani si augurano. Invece no. Partita unica, tutto in un giorno.

(Lucia Bigozzi)