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Nassiriya, la fiction all’assalto della realtà

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“Nassiriya. Per non dimenticare” è un film per la Tv  prodotto da Pietro Valsecchi, e dedicato, come si capisce, al valore e al sacrificio di 12 carabinieri, 5 soldati dell’esercito e due civili, oltre a 9 iracheni colpiti a morte da un atto terroristico il 12 novembre 2003. Il film ricorda, mostrandolo con accurata diplomazia narrativa e alcuni perdonabili semplicismi retorici, il tragico senso di quell’avvenimento, valorizzando l’esperienza di quello che ha voluto rappresentare e significare la presenza militare italiana in Iraq. Il tessuto del film non si nasconde dietro i paraventi dei “se” e dei “ma” di circostanza per dribblare eventuali polemiche extra televisive camuffate da velleitarismo umanitario, e non è davvero poco in un paese dove l’aggancio con la contemporaneità in scena è l’occasione per confezionare interpretazioni antipolitiche perché non in grado di mostrare il caleidoscopio di realtà che non si vogliono vedere. 

Dopo la vittoria della coalition of willing nella campagna bellica “Iraqi Freedom”, si è subito profilato il problema di come gestire la pace in un contesto incandescente, svuotato dall’efferata dittatura di Saddam Hussein, in cui gli iracheni scoprono continuamente nella fatica e nel rischio quotidiano la dimensioni della democrazia. Certo, una democrazia non in guanti bianchi, che si piega ma non si spezza nonostante lo stillicidio terroristico continuo che a fatica percepiamo. Non lo percepiamo perché la realtà da raccontare è quella di un paese che ricostruisce una propria identità religiosa e sociale plasmata anche nella guerra, quella di oggi: asimmetrica. In questa guerra fronteggiarne i rovesci e gli imprevisti significa riconoscerne le ambiguità e tenerne la rotta per governarla.

Nella gestione del dopoguerra iracheno anche l’Italia si è affiancata nel compito impegnandosi nella missione Antica Babilionia: peace keeping, nation building e polizia internazionale nei quali i nostri contingenti militari eccellono per livello qualitativo e professionale. Missione militare evocata come operazione di pace, sicuramente. Ma che ha avuto il compito, il primo, di gestire la sicurezza armi in pugno. In un contesto dove i sedicente “resistenti all’occupazione”, agiscono da terroristi facendosi sberleffo delle regole stabilite dalla Convenzione di Ginevra. Colpendo alla cieca, confondendosi tra i civili, tra le moschee, negli ospedali, coinvolgendo i loro stessi familiari usati come scudi umani per sfruttare le sofferenze che lo loro scelte provocano. Una strategia criminale che poggia nell’azzeramento dei principi morali per il quale si dovrebbe separare nella guerra i combattenti, i loro arsenali, le loro azioni dal resto della popolazione.

In un Irak imprigionato nella contingenza un terrorismo stragista si è a lungo sottovalutato il problema della sicurezza quotidiana e di tutto quello che è ad esso correlato: la criminalità comune, le ruberie, gli ospedali che non funzionano, le scuole chiuse, la mancanza d’acqua. Anche questi aspetti la fiction ha voluto mostrare e sono quelli in cui la storia televisiva offre il meglio di sé. “Senza acqua - dice il maresciallo Stefano Carboni (Raul Bova) – non c’è dignità e senza dignità non ci può essere democrazia”. E quindi ecco i nostri darsi da fare adattandosi alle circostanze per rimettere a nuova vita un vecchio depuratore d’acqua guadagnandosi così l’amicizia e il rispetto della popolazione locale.

Se L’Italia ritirandosi dall’Irak ha deciso di lasciare ad altri il gravoso compito di vincere la pace, dove è miope pensare che le cose possano risolversi da sole, consoliamoci affermando che la visione di Nassiriya - Per non dimenticare ha segnato un’inedita possibilità di racconto. Dove si è voluto valorizzare il ruolo e i rischi dei militari italiani, ancora impegnati in tante missioni. Prima fra tutte quella in Afghanistan.

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