Home News Natale, tempo della memoria

#BuonNatale

Natale, tempo della memoria

0
16

«Fate questo in memoria di me». Se la Fede è un fatto, se credere significa in sostanza prendere atto che in un momento preciso della storia, della nostra storia umana, Dio si è fatto carne ed ha percorso, Egli in prima persona, i medesimi polverosi sentieri che ognuno tra noi, a fatica, si trova a percorrere durante la propria esistenza, ecco, la memoria stessa diviene la dimensione prima del credere. E la memoria si fa nei gesti, nelle forme esteriori che parlano al cuore prima che alla mente, nella bella liturgia; si fa nelle parole, nelle sequenze dolci di preghiere eterne. Ripetute chissà quante volte e da quanti prima di noi, e ancor oggi uguali a se stesse, fissate così, pure e semplici, e dunque accessibili: perché ad ogni persona, al teologo che scorre con sapienza i testi dei padri come anche all’umile vecchina che sgrana il suo rosario nell’intimo della casa, sono date le medesime chiavi per sciogliere il cuore del Padre. A nessuno è preclusa l’amicizia con Dio, nessuno è estraneo all’umanità se ha il coraggio di urlare nel silenzio del suo cuore «Padre nostro».

Ecco, il Natale è il periodo forte della memoria e con durezza esso ci interpella sul senso del tempo e sull’intimo rapporto che lega l’uomo di oggi all’uomo di ieri, nella meravigliosa storia della Salvezza.

Qualcuno pensa che si possa vivere senza passato, che si possa ancor più dimenticare il mondo di ieri, sul presupposto che l’uomo di oggi basti a se stesso e che ciò che è stato possa rappresentare un limite, una ragione di divisione, perfino il motivo di una violenza. Il presente conta perché è la dimensione nella quale siamo chiamati ad esprimere la pienezza del nostro “ego”, chiamati ad infiammare noi stessi per bruciare però in un fuoco freddo ed incolore: una vampata di calore momentanea nel freddo cupo dell’inverno, un momento puntiforme di luce nell’oscurità dello spazio. Senza Dio e senza nome. Nulla di più.

Qualcuno invece, con altrettanto pressappochismo, pensa che il passato sia la proiezione propria dell’uomo. Un passato però ingessato, mummificato, incolore, senza complessità e dunque senza bellezza. La tradizione intesa come mera e vuota ripetizione, tanto da trasformare i simboli in fantocci, che piuttosto che unire finiscono per disperdere.

Tutto perché alla dimensione del tempo si è sostituita quella dello spazio: si preferisce occupare, in maniera statica e sistematica, piuttosto che vivere, in maniera dinamica ed istintiva. Ma è nel tempo la dimensione di Dio, che misura l’esistente con il metro dell’eternità, sub specie aeternitatis.

«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa».

Richiede ancor più la capacità di abbandonarsi alla provvidente bontà di un Altro, affidarsi nella consapevolezza dei nostri limiti. Perché la vera libertà è solo capacità di infinito.

Fare memoria per un cristiano non significa allora perpetuare un ricordo sbiadito, né venerare un dolce rimpianto. Significa vivere qui, adesso, lo spicchio di eternità che ci è stata promessa. Significa inginocchiarsi con rinnovato vigore davanti al presepio di Betlemme, davanti al Dio che salva, ieri, come oggi, come sempre.

Tramandare i gesti, le parole, i simboli non deve mai essere una pratica nostalgica, né va mai ridotta solamente ad un’esperienza secolare, pur nei profondi significati identitari che essa può possedere (spetta forse più alla politica rammentarli). Tradere ben più che trasmettere, vuol dire tradire: tradire gli orpelli per conservare, difendere e venerare la sostanza, che sfida il nostro spazio, che vive nel Suo di tempo.

E questa è la logica che spinse Francesco, nel glorioso Natale del 1223, tra gli aspri monti reatini, a ricostruire l’immagine più forte del Vangelo dell’infanzia: quella grotta così inospitale, chiamata ad essere casa dal Dio fatto uomo, un bimbo in fasce.

Non una scena teatrale, non uno spettacolo di intrattenimento, ma l’offerta agli uomini di allora di quel messaggio di salvezza unico e senza tempo. La stessa offerta che con il Natale viene fatta a noi, sul finire del secondo decennio di questo ventunesimo secolo.

Ed in questa epoca così ostile, in questo mondo votato allo spazio, a noi cristiani spetta il coraggio della fiducia, cooperare con la Verità che ha già trionfato una volta per sempre, collaborare alla salvezza, che ci è stata offerta, una volta per sempre, nella Betlemme di ieri, nella Betlemme di oggi.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here