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Visto da Varsavia

Negli anni Ottanta fu la Polonia il laboratorio del ritorno alla democrazia

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Storici ed opinionisti polacchi,  pur di diverso orientamento politico o sensibilità culturale, in questi giorni sembrano concordi nel sostenere la tesi secondo cui sarebbe proprio la Polonia a possedere speciali titoli per avere concorso – più utilmente e prima di altri – alla generale precipitazione di eventi che portò alla caduta del muro di Berlino e allo sgretolamento del sistema comunista nell’Europa centro-orientale.

Ed è un  ragionamento non  privo di fondamento, se solo ci si predispone a seguirne i passaggi più essenziali e a verificarne diacronicamente le congruenza storiche, uscendo dai limiti del pur giustificabile orgoglio nazionale di un Paese fino a ieri pressoché identificato col Patto di Varsavia e oggi membro di rilievo sia della NATO che dell’Unione Europea, oltre che di una miriade di prestigiose organizzazioni internazionali.

Tre sostanzialmente, sono i punti di forza e di oggettivo rilievo di questa tesi. Il primo e forse il più acquisito nella pubblica opinione è il peso indiscutibile di Karol Wojtyla, il primo pontefice slavo della Storia. In ben tre memorabili  visite nel suo Paese, ancora sotto la pesante influenza di governi comunisti e nell’orbita satellitare moscovita (rispettivamente nel 1979, nel 1983 e nel 1987), il Papa polacco fu il principale catalizzatore del nuovo corso degli eventi che avrebbero portato alla fine del bipolarismo dei blocchi sancito a Yalta con la fine del secondo conflitto mondiale.

Con conseguenze avvertibili proprio in Polonia prima che altrove, un Paese dove dal dicembre del 1981 vigeva un regime comunista imposto con la legge marziale e lo stato di guerra dal Generale Wojciech Jaruzelski, in alternativa alla minacciata invasione dei carri armati di Mosca (ma comunque sotto la stretta vigilanza del maresciallo sovietico Viktor Kulikov). Un regime che portò tra l’altro al repentino arresto di circa 6000 militanti di Solidarnosc, incluso Lech Walesa.

Già dopo la sua seconda visita in Polonia del 1983, il Papa aveva invocato apertamente la riammissione di Solidarnosc nel circuito della legalità, davanti a 10 milioni di polacchi provenienti da ogni parte del Paese e accorsi ad ascoltarlo. E forse più ancora durante la terza visita del 1987, quando – proprio grazie all’incoraggiamento del Papa – Walesa fu riconosciuto anche all’estero sia come il leader effettivo dell’opposizione al regime interno, che quale interprete del “nuovo corso” impresso anche in Unione Sovietica dalla leadership più distensiva di Gorbachev.

Ancora una volta – e veniamo al secondo punto della nostra tesi –  fu dunque in Polonia che si manifestarono, in anticipo e più in concreto che altrove, i segni visibili del mutamento in corso. Durante un annuncio televisivo dell’agosto 1988, il Ministro degli Interni polacco, il Generale Czeslaw Kiszczak, lanciò la proposta fino a qualche tempo prima assolutamente impensabile di una “tavola rotonda”  tra governo e opposizione.

A detta di molti fu proprio questa iniziativa – inizialmente osteggiata dalle ali estreme di entrambi gli schieramenti e realizzatasi solo dopo 6 mesi di manovre e consultazioni nel febbraio del 1989 – la prima e più forte incrinatura del muro di incomprensioni e di silenzi che di lì a poco sarebbe crollato a Berlino. Le consultazioni della “tavola rotonda” durarono fino ai principi di aprile 1989 e persino il comitato centrale del PZPR (il partito comunista polacco) dovette accettare il reingresso nella legalità di Solidarnosc nell’agone politico.

La riabilitazione di Walesa e del suo sindacato non fu il solo né l’unico risultato formalmente deliberato in questa importante fase della vita politica polacca, che avrebbe rimarcato prima che altrove una “differenza” in ambito europeo centro-orientale. E veniamo così al terzo e ultimo punto della tesi che abbiamo esposto: di fatto, le prime libere (o semi-libere) elezioni del 4 giugno 1989 in Polonia oggi segnano una data esemplare anche sul piano del ripristino di fondamentali istituzioni democratiche, che in seguito sarebbero state rivitalizzate anche altrove. Soppressi rispettivamente nel 1946 e nel 1952, gli istituti della Presidenza dello Stato e del Senato ritornarono ad avere piena legittimità costituzionale, con annesso potere di veto sul Sejm (il Parlamento degli eletti dal popolo).

Certo, è anche vero che in quelle elezioni solo il 35 per cento dei seggi sarebbe stato scelto tramite consultazioni elettorali, laddove il 65 per cento dei seggi restava riservato ai comunisti del PZPR. Ma per la prima volta un Paese a consolidata guida  marxista-leninista rinunciava de jure al supremo comandamento della centralità del Partito nell’orientamento della vita sociale del Paese ed alla natura privilegiata dei rapporti da doversi intrattenere con l’URSS. Il muro di Berlino non era ancora stato abbattuto, ma non c’è dubbio che proprio da Varsavia arrivò uno dei più formidabili scossoni che lo avrebbe mandato definitivamente in frantumi, di lì a poco. 
 

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