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Da Ginevra ad Ankara

Negoziare con Teheran è inutile perché a breve l’Iran avrà la sua bomba

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Ieri il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha licenziato il ministro degli Esteri, Manuchehr Mottaki, sostituendolo con il capo del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Salehi, un suo fedelissimo. Una mossa che rientra nello scontro fra le diverse fazioni dell'elite al potere nella mullocrazia e nel contesto dei negoziati sul nucleare.

Si è ricominciato da Ginevra, poco più di un anno dopo. Allora era il 2 ottobre del 2009 e come allora anche oggi la partita è stata quella sul nucleare iraniano. Da una parte i negoziatori del regime sciita di Teheran, dall’altra le delegazioni del cosiddetto “5+1”, ovvero Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna (membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu) più la Germania. 

Anche i termini della questione non sono di certo cambiati. Le potenze occidentali, Stati Uniti in testa, sono convinte che il paese degli Ayatollah stia correndo verso la bomba atomica. Teheran, dal canto suo, continua invece a difendere il proprio programma nucleare. Per Akmadinejad & Co. trattasi di un piano pacifico, con scopi civili e medico-scientifici. Che tradotto significa “serve soltanto alla ricerca medica e a fornire energia elettrica alla popolazione”.

La partita sul nucleare iraniano, appena riaperta, è stata però subito posticipata. Due giorni di colloqui  e incontri bilaterali nella capitale elvetica sono bastati infatti soltanto a fissare un nuovo round di negoziati. Tutto rimandato a fine gennaio, a Istanbul, in territorio turco, dove di fatto Teheran giocherà in casa. In quell’occasione, a fare gli onori di casa, sarà il premier islamico Erdogan, il cui governo aveva firmato lo scorso maggio, con l’appoggio del Brasile, una bozza d’intesa con l’Iran sull’arricchimento dell’uranio all’estero. Proposta lasciata subito cadere nel vuoto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in primis dalla Casa Bianca.

La soddisfazione espressa dalla responsabile della politica estera della Ue Catherine Ashton, chiamata a Ginevra per coordinare i colloqui, non convince. Che la ripresa dei negoziati non potesse produrre nessun passo avanti concreto, se non l’ennesimo appuntamento sul calendario delle diplomazie dei paesi coinvolti, era già nell’aria fin dalle prime ore.  Almeno per due ragioni.

Innanzitutto, nel corso dell’ultimo anno, la posizione dell’Iran non è cambiata di una virgola. Sia il ministro degli esteri iraniano Mouttaki che il capo negoziatore sul nucleare Jalili hanno ribadito un concetto che da tempo Teheran va ripetendo: il diritto al nucleare dell’Iran non si discute. Diritto al nucleare che ormai da oltre 10 mesi vuol dire una cosa ben precisa: arricchimento dell’uranio al 20%.  Ed è proprio su questo punto che si giocherà la partita di Istanbul a fine gennaio, visto che a Ginevra sono mancate le condizioni o la volontà per farlo: riuscire a bloccare o, più realisticamente, a mettere sotto stretto controllo l’arricchimento di uranio da parte dei pasdaran iraniani. Il presidente Akmadinejad invece non ha lasciato troppo margine di manovra in vista dell’appuntamento in Turchia: nuovo stop ai  negoziati se non saranno abbandonate le sanzioni Onu contro Teheran .

La seconda ragione riguarda la serie di sconfitte sulla questione incassata dalle diplomazie occidentali nell’ultimo anno. Dallo scorso febbraio l’Iran ha iniziato da solo, direttamente in casa propria, per lo più nella centrale di Natanz, ad arricchire al 20% le sue scorte di uranio.  Passo inevitabile questo dopo i falliti negoziati dell’ottobre 2009, quando non si trovò un accordo sulla possibilità di arricchire il 70% dell’uranio degli Ayatollah, dunque la quasi totalità delle scorte iraniane, all’estero, in paesi terzi come Russia e Francia. Il tutto sotto l’occhio vigile della comunità internazionale.

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Aiea, l’agenzia Onu per l’energia atomica, la quantità di uranio arricchita al 20% da Teheran è cresciuta da 5,7 kg a 22 kg tra maggio e settembre di quest’anno. Periodo di tempo durante il quale si sono susseguiti una serie di avvenimenti di un certo rilievo. Il fallimento, voluto dagli Stati Uniti, di un secondo accordo sull’arricchimento di uranio all’estero, sponsorizzato questa volta da Turchia e Brasile. Il quarto round di sanzioni Onu contro l’Iran, lo scorso giugno, subito seguito da sanzioni unilaterali da parte di Stati Uniti ed Unione europea. Provvedimenti unilaterali contro il settore energetico e bancario iraniano, guarda caso proprio quei settori nei confronti dei quali le ultime sanzioni Onu non erano state così dure come Washington avrebbe voluto.

Ed è questo un altro punto importante che forse aiuta a spiegare lo stallo dei negoziati sul nucleare iraniano. Le sanzioni “annacquate” di giugno sono dovute ai compromessi che in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu gli Stati Uniti hanno raggiunto con Russia e Cina, da sempre su posizioni più morbide nei confronti dell’Iran, per non avere il loro veto. I motivi sono di natura economica. Lo scorso agosto Mosca ha inaugurato in Iran una nuova centrale nucleare, quella di Busherer. Pechino invece importa enormi quantità di petrolio proprio dall’Iran. Sia Mosca che Pechino, inoltre, sono in affari con la banca nazionale iraniana.  In altri termini i paesi del 5+1 non devono solo mediare con Teheran ma anche tra loro.

Le correnti all’interno del consiglio di sicurezza delle Nazioni unite sono chiare. Da una parte Cina e Russia continuano a preservare i propri interessi in Iran difendendo il diritto al nucleare civile del regime sciita come paese aderente al Trattato di non proliferazione.  Dall’altra gli Stati Uniti, seguiti da Gran Bretagna e Francia, sono convinti che Teheran nasconda nuovi impianti per l’arricchimento dell’uranio e centrifughe di ultima generazione in grado di accelerare notevolmente la corsa verso l’atomica. Un rapporto della Cia del maggio scorso, firmato dal direttore dell’agenzia in persona Leon Panetta, prevedeva due bombe atomiche nelle mani dei pasdaran entro due anni.  Per fabbricarne una ci vogliono almeno 1000 kg di uranio arricchiti al 90%. Nel frattempo Stati Uniti e Israele non escludono un intervento armato se l’Iran tarderà troppo a fare chiarezza.
 

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