Nel belpaese dei fratelli Castro l’economia è al collasso

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Nel belpaese dei fratelli Castro l’economia è al collasso

06 Febbraio 2010

La rivista Palabra Nueva, dell’Arcidiocesi dell’Avana, constata nel suo ultimo numero che l’economia del Paese caraibico sta andando verso il collasso.

Secondo un articolo firmato dal sacerdote Boris Moreno, esperto in Scienze Economiche, le cause sono dovute in buona parte all’ideologia seguita dall’Esecutivo di Raúl Castro Ruiz.

Per il sacerdote, la politica economica del Governo “è stata caratterizzata da una mancanza di definizione sia di prospettiva che di mezzi, sequestrata dalla ‘ricentralizzazione’ ideologica che vuole mantenere ad ogni costo un ordine di cose che affoga il Paese e che ora, di fronte alla grave crisi mondiale, sembra fare acqua e come arsenale di risposte ha solo le affermazioni utopistiche e il riaggiustamento attraverso una forte riduzione delle spese che può portare a un collasso socioeconomico”.

“Nonostante certi successi e la capacità di rimandare gravi problemi del sistema, l’economia cubana affronta ora, a causa dei suoi squilibri interni e minacciata dalla difficile situazione mondiale, un contesto molto preoccupante”.

Padre Moreno ricorda poi che la crescita economica dell’1,4% del 2009 contrasta gravemente con il 6% previsto (e annunciato) dal Governo cubano, che ha ammesso una grave crisi di liquidità e ha progettato un discreto 1,9% per il 2010, con misure di risparmio, taglio delle spese sociali e priorità agli investimenti in settori che generano valuta.

Per il presbitero, dell’attuale équipe economica di Castro non si conoscono “né le intenzioni né le proposte, né i piani, forse in base alla prevalenza dell’ideologia che ha sempre vinto sulla razionalità economica”.

Cuba ha come principali fonti di entrate la vendita di nichel, il turismo, l’esportazione di servizi ad altri Paesi e le rimesse inviate dai cubani che lavorano all’estero.

L’articolo fa riferimento alla “quasi improduttività nello sfruttamento di nichel, con una caduta del prezzo dell’80%”, e alla riduzione delle entrate derivanti dal turismo e dalle rimesse, per la crisi economica che colpisce gli Stati Uniti, dove vive la maggior parte degli emigrati cubani.

Sono anche diminuite le entrate per il lavoro dei medici e degli altri professionisti che Cuba offre al Venezuela, di fronte alle difficoltà di questo Paese per il crollo dei prezzi del petrolio. L’isola caraibica affronta dunque una “delicata ed esplosiva esposizione finanziaria”, che fa aumentare il debito estero, mentre “varie linee di credito sono state chiuse e altre rincarate, aggravando la mancanza di liquidità e correndo il rischio di insolvenza”.

Altri temi criticati nell’articolo di padre Moreno sono i livelli di efficienza molto bassi dell’agricoltura e dell’industria cubane, così come l’“indisponibilità” del Governo a “potenziare le capacità imprenditoriali con riforme sostenibili”.

Anche se il Governo cerca di promuovere l’efficienza pagando la rendita lavorativa, nel 2009 la produttività è scesa dell’1,1%. Persistono l’eccessiva burocrazia, i furti allo Stato per alimentare il mercato nero e la mancanza di stimoli visto che il salario medio è di 20 dollari al mese, in una società abituata al paternalismo statale, con sanità e istruzione gratis e servizi sovvenzionati.

“Gli appelli a lavorare duramente e con efficienza non riusciranno a cambiare la situazione – scrive padre Moreno -. Le condizioni socio-economiche di un Paese non cambiano per i discorsi o i decreti”.

A due anni e mezzo dall’ascesa di Raúl Castro al potere, conclude, “non si intravede alcun segnale dei cambiamenti promessi”, e “la sfiducia si sta diffondendo”.

© ZENITH