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I generali incalzano il Senato

Nel bilancio delle guerre di Obama c’è anche il costo della “Cyberwar”

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La Rete cambia in fretta e insieme evolve il modo di fare la guerra. Addio vecchie reti centralizzate e un benvenuto alle reti distribuite, addio ai militari che rispondevano alla tradizionale catena di comando e largo al Generale Alexander, indicato da Obama come il nuovo capo del Cyber Command. Parlando davanti all'Armed Service Committee del Senato, il generale ha chiesto di poter agire e prendere decisioni prima di ricevere gli ordini del Presidente. Perché oggi la guerra è diventata simultanea e c'è bisogno di reazioni in tempo reale. Sugli aspetti pratici della questione ne sappiamo poco visto che parte della deposizione di Alexander al Congresso è stata secretata.

La politica e il sistema legislativo, ha spiegato il Generale, non stanno più al passo con l'accelerazione tecnologica della macchina militare informatica. Questa discrepanza va ridotta, possibilmente normata, prima che si apra qualche falla nel sistema di difesa americano o ne venga ridotto il potenziale offensivo. Pensiamo agli hacker (russi?, cinesi?) che con i loro "computer-zombie" sono penetrati nei circuiti delle centrali elettriche degli Usa; immaginate un black-out di grandi dimensioni in una città con milioni di abitanti, di poter rubare informazioni sensibili dei governi avversari, di intercettare gli ordini inviati ai soldati al fronte dal nemico grazie allo spionaggio satellitare...

Obama ha scatenato la potenza di fuoco convenzionale degli Usa sul Waziristan ma il suo nemico preistorico può nascondersi indifferentemente nel cuore di Londra o in una remota grotta afghana, in entrambe i casi i martiri vengono istruiti sul da farsi con il jihad elettronico. Dopo la Guerra in Georgia, gli Usa hanno capito l'importanza della "Twitter Revolution" e che la propaganda in favore della dissidenza correva sul web, in Iran ma anche nei Paesi orfani di Mosca. Si combattono nuove guerre a colpi di terabyte, non solo fra gli stati, ma tra governi e newtwork privati (la Cina contro Google), oppure contro le fantasmatiche reti del Terrore che ipnotizzano il web, un nemico invisibile ed imprendibile.

C'è solo il rischio di speculare sulla paura. Se fossimo dei Tea-Party, cioè una persona che ha sicuramente a cuore la sicurezza del Paese in cui vive ma che guarda con altrettanto, e forse maggiore interesse, alla questione fiscale, ebbene, qualche dubbio ci verrebbe leggendo l'importo dell'assegno che il Generale ha chiesto di staccare al Senato per finanziare i suoi progetti. La guerra cibernetica costa cara e i soldi dei contribuenti finiranno nelle tasche del comparto militar-industriale. Ma non c'è bisogno di essere un hacker per imbottirsi di esplosivo e farsi saltare in aria dentro un aereo, purtroppo. I kamikaze sono qualcosa di molto più rozzo e artigianale.

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