Nel conflitto tra finanza e politica a prevalere deve essere la seconda
05 Settembre 2011
La Commissione Bilancio del Senato ha varato la manovra economica, al termine di una settimana concitata dove si è discusso, inserito e stralciato emendamenti, corretto norme e modificato testi. Tutto ora passa nelle mani dell’Aula, che discuterà del testo a partire da oggi, con l’obiettivo di licenziarlo entro il fine settimana, in maniera da passarlo tempestivamente alla Camera. Nel frattempo, però, i mercati finanziari sembrano aver già espresso il loro giudizio negativo nei confronti della manovra. La borsa di Milano ha ceduto oltre 5 punti percentuali, mentre lo spread Btp-Bund è schizzato a 370 punti base (+ 42,7 rispetto all’apertura), ed i cds, i contratti derivati che proteggono dal rischio insolvenza dello Stato, hanno toccato il nuovo massimo storico di 422,5. Per finire, il governatore della Banca d’Italia ha dichiarato come sia inopportuno aspettarsi un ulteriore intervento della Bce a sostegno dei titoli italiani, invitando nuovamente la classe politica ad assumersi le proprie responsabilità relativamente all’intrapresa delle riforme strutturali necessarie, nel rispetto della disciplina di bilancio.
L’ennesimo intervento correttivo sui conti pubblici ha fatto discutere per via di norme a forte impatto sociale, quali quella relativa all’impossibilità del riscatto degli anni di laurea e del militare, quelle sull’inasprimento delle sanzioni per gli evasori fiscali e quella sulla cancellazione delle festività. La preoccupazione più sentita è però stata quella relativa all’aleatorietà delle previsioni formulate, soprattutto relativamente alla quantificazione del gettito derivante dalle norme sulla lotta all’evasione. Dal momento che previsioni esatte sono quasi impossibili da formulare, questa la critica, anche l’obiettivo del raggiungimento dei saldi di bilancio risulta essere dubbio, facendo nascere il rischio di dover intraprendere a breve ulteriori manovre correttive.
Si potrebbe discutere a lungo sui pro e i contro di questa manovra. Certamente, la querelle sorta sulle norme previdenziali non ha contribuito a migliorare l’immagine dell’esecutivo agli occhi degli elettori, a maggior ragione se si pensa che il problema delle pensioni deve essere affrontato e risolto una volta per tutte, in maniera da adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita e non continuare a penalizzare le generazioni più giovani, coloro che dovranno sopportare, in ogni caso, l’intero onere della riforma. Bene quindi che la riforma venga inserita all’interno di un decreto legislativo e pensata in parallelo con la riforma fiscale, schedulata per questo autunno. Da valutare positivamente anche l’ulteriore taglio dei costi della politica e degli organi costituzionali, in attesa della riforma costituzionale che dovrebbe ridisegnare completamente le dimensioni del Parlamento, oltre che a stabilire il destino delle Province.
Rimangono, tuttavia due grosse questioni irrisolte. La prima è relativa agli effetti retroattivi delle manovre sul Pil. Com’è possibile pensare di creare effetti espansivi sulla produzione se si continuano a perseguire politiche fiscali restrittive, consistenti in continui aumenti delle tasse e riduzione della spesa? La teoria economica liberista insegna che per liberare le potenzialità economiche di un paese è necessario avere un livello di tassazione basso. L’equilibrio dei conti pubblici richiede, invece, che, per arrivare al pareggio di bilancio a partire dall’anno prossimo, ci sia bisogno di nuove entrate, oltre che a minori spese. Questi due obiettivi, deve essere chiaro, sono in aperto conflitto tra di loro. Con un livello di pressione fiscale come quello dell’Italia è difficile sperare di aumentare l’offerta di lavoro o incrementare gli investimenti esteri. Senza considerare che il nostro paese rischia di subire a breve l’effetto Laffer, secondo il quale, oltrepassato un certo livello di pressione fiscale, continuando ad aumentare le tasse il gettito diminuisce, anziché aumentare, per via degli effetti distorsivi generati dalla tassazione.
La seconda questione è quella del legame tra finanza pubblica e mercati finanziari. Con l’avvento della globalizzazione, le manovre finanziarie vengono pensate dai governi in funzione del giudizio dei mercati. In caso di bocciatura, bisogna subito correre ai ripari con un altro intervento correttivo nella speranza che, questa volta, la promozione avvenga. Nel caso dell’Italia la bocciatura è diventata però una costante. Con la conseguenza che, per la prima volta nella storia della finanza pubblica italiana, ci troviamo a dover promuovere tre interventi correttivi nel giro di pochi mesi, con il rischio di un quarto, qualora nei prossimi giorni gli spread continuassero a salire. E così via. L’alternativa dovrebbe essere quella, invece, di cominciare seriamente ad intervenire con soluzioni drastiche nella regolamentazione dei mercati. La speculazione, intesa come atteggiamento posto in essere da investitori qualificati, avente come unico scopo il lucro facile derivante dalla scommessa che uno Stato, o un’impresa, possa andare male, deve essere perseguito in maniera decisa, anche con norme di natura penale. Una cosa è investire con il fine di guadagnare, un’altra è quella di sperare che un’economia vada male al fine di ottenere un guadagno personale. Le strategie short, è noto, incentivano esattamente questo tipo di comportamento. Affinché le misure introdotte nelle manovre finanziarie di quest’anno abbiano effetto, occorre tempo. Non si può pensare che il downsizing dello Stato e la ristrutturazione del sistema fiscale ed assistenziale abbiano effetto nel giro di poco tempo. Perché una cura sortisca i suoi effetti è necessario un periodo di tempo fisiologico. Un programma a lungo termine non può essere attuato, se ogni giorno lo Stato viene continuamente messo sotto pressione da investitori spregiudicati che sperano nel suo fallimento. Per risolvere questo problema è la politica che deve far sentire il suo peso, imponendo il suo primato che gli deriva democraticamente dalla legittimazione popolare, in modo da non doversi piegare alla logica del denaro e del potere finanziario. Se un conflitto tra finanza e politica si è creato, è nell’interesse della collettività che sia la seconda a prevalere.
