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Guerra (in)finita

Nel discorso di Obama sull’Iraq manca solo la parola “vittoria”

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E’ stato il discorso della prudenza e dell’impudenza, della responsabilità  e dell’ingratitudine, del cambiamento perché nulla cambi. Un discorso alla Obama. La guerra in Iraq è finita ma guai a pronunciare la fatidica frase “missione compiuta” perché c’è ancora molto da fare. Il rischio che gli americani siano andati via troppo presto e che un ritiro prematuro bruci tutto quello che di buono è stato fatto è molto alto. Serviva mantenere una promessa e Obama l'ha fatto, da adesso le cose in America cambieranno, la crisi economica verrà superata perché avremo più soldi per ricostruire casa nostra, invece di spenderli laggiù in Oriente ("Il nostro compito più urgente è rilanciare l'economia e ridare a milioni di americani che hanno perso il lavoro un nuovo impiego"). Il resto dei risparmi sarà investito per dare la caccia ad Al Qaeda. In Iraq e in Afghanistan, dov'è "un momento duro".

Nel frattempo godiamoci una vittoria dimezzata dall’instabilità politica del governo iracheno e dalla minaccia sempre presente del terrorismo. Non è stato un discorso di vittoria perché Obama era contro la guerra in Iraq ("è costata un prezzo enorme"), ha sempre criticato le scelte tattiche e strategiche di Bush ("Una guerra per disarmare uno stato è diventata una lotta contro l'insorgenza"), avendo una visione del mondo multipolare ("Viviamo in un'era senza cerimonie di resa. Dobbiamo guadagnare la vittoria attraverso il successo dei nostri partners e la forza della nostra Nazione"). L’eloquio è stato potente come sempre ma il Presidente avrebbe potuto festeggiare con più calore il ritorno della democrazia in Iraq, la vera "pietra miliare" di questa vicenda. Invece è andato in scena il rituale soft sulla transizione ("abbiamo assolto alle nostre responsabilità"), un approccio garbato ma algido come Ben Rhodes, lo speechwriter di politica estera del Presidente che ha risposto alle domande degli americani su Youtube.

C’è solo una cosa peggio della flemma di Obama ed è l’impenitenza di chi – fra i suoi critici – riapre il becco per fare l’uccello del malaugurio. Stiamo parlando di Paul Bremer, l’ex “governatore” americano della Mesopotamia nel 2003, l’uomo che sciolse a cuor leggero l’esercito e la burocrazia saddamita scatenando il panico e la reazione armata della comunità sunnita. Un pericolo, quello dell’insorgenza baathista, annunciato e temuto con grande anticipo dalla Cia, fin dall’inizio dell’invasione. Ieri pomeriggio, criticando la decisione del ritiro, Bremer ha dichiarato che la vera minaccia per l’Iraq inizierà alla fine del 2011 quando tutte le truppe saranno andate via. L’ex "uomo forte" di Baghdad si è mai chiesto se i soldati americani rimasti e morti al fronte sono un effetto delle sue decisioni di allora? Prima di guardare nella palla di cristallo, Bremer avrebbe dovuto mostrare più di tatto, per non dire rispetto, verso il suo Presidente. Purtroppo non lo fece all'inizio della guerra, tradendo la fiducia di Bush, e non l’ha fatto alla fine, negando a Obama quella chance che forse meriterebbe.

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2 COMMENTS

  1. E vorrei vedere se
    E vorrei vedere se pronunciava la parola vittoria, con il paese in piena recrudescenza di terrorismo, il numero di civili morti in netto aumento rispetto all’anno scorso, impennata di morti tra le forze iraqene negli ultimi mesi, e persino alcuni morti americani, nonstante la FINE DELLE OPERAZIONI. Una campagna ridicola, che ha tolto Saddam per metter un blocco (mai cosi’ bloccato) pseudo-democratico (Hahaha!) che rischia di sfociare in guerra civile. Ah gia’, c’erano armi di distruzione di massa laggiu’ vero? Eh…viva l’amerika!

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