Nel dramma del massacro di Utoya i veri eroi sono i genitori delle vittime

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Nel dramma del massacro di Utoya i veri eroi sono i genitori delle vittime

18 Maggio 2012

La risposta a tutte queste emozioni è stata la stessa che c’è stata nelle ore successive all’attentato dell’estate scorsa: dignità e compostezza. Come un riflesso istintivo che in fondo ha molto della cultura nordica. È stato scritto che i veri protagonisti dei primi giorni del processo sono stati i norvegesi. La fotografia più forte, in questo senso, è proprio quella dei genitori delle giovani vittime di Utøya, capaci di restare nell’aula di tribunale ad ascoltare nel dettaglio come i loro figli sono stati uccisi da Anders Behring Breivik, seduto a pochi passi da loro. Una prova dura, una tensione continua.

Una pentola a pressione che alla fine ha avuto bisogno di uno sfogo. È l’11 Maggio quando un parente di una vittima di Utøya si alza e tira una scarpa contro Breivik. “Hai ucciso mio fratello” grida l’uomo, subito immobilizzato: “Vai all’inferno! Vai all’inferno”. Tra gli altri parenti è partito un applauso spontaneo rotto dal pianto. Qualcuno ha detto ‘bravo’, qualcun altro ha sussurrato ‘finalmente’. È stato un modo per allentare una tensione collettiva che aveva raggiunto livelli altissimi.

A oggi resta comunque l’unico scatto d’ira che si sia intravisto nell’aula di tribunale. Un fatto isolato ma comunque segnale di una rabbia che in Norvegia c’è. Per trovarla basta andarsi a leggere i commenti postati in fondo agli articoli dei quotidiani nelle loro edizioni online. Scatti d’ira che le istituzioni hanno concesso alla gente ma non a sé stesse. Nei primissimi giorni del processo è stato ad esempio rimosso un giurato che all’indomani della strage aveva pubblicato su Facebook il commento “la pena di morte è l’unica misura giusta in questi casi”. È stato sostituito nel giro di poche ore. Così più che questa collera in sottofondo a fare notizia sono stati le piccole azioni individuali diventate collettive.

Le rose e i fiori deposti di fronte al tribunale di Oslo. E ancor di più quello che è successo una decina di giorni dopo l’inizio del processo, quando nella capitale, sotto la pioggia, si sono riunite quarantamila persone: ombrelli colorati, fiori in mano, hanno cantato Barn av regnbuen, “Figli dell’Arcobaleno”, una canzone molto popolare in Norvegia che parla di uguaglianza e giustizia sociale. Una canzone che Breivik aveva detto di odiare. Hanno cantato a Oslo e contemporaneamente a Bergen, Stavanger, Kristiansand, Hønefoss, Drammen, Trondheim, Hamar, Arendal. Le immagini hanno fatto il giro del mondo. I media del paese hanno parlato di una manifestazione della cultura norvegese e insieme di un paese che si stringe nella propria cultura. Atteggiamenti da nazione orgogliosa, piena di dignità, convinta dei propri valori. Ma anche duramente colpita. Ferita.

Sono soprattutto i commentatori stranieri a dire che la Norvegia con il 22 Luglio ha perso la sua innocenza. Da dentro, però, sono tanti quelli che hanno respinto questa tesi. Sven Egil Omdal, giornalista del quotidiano Stavanger Aftenblad, lo ha scritto chiaramente: ad essere andato in frantumi il 22 luglio non è il paradiso che era la Norvegia, ma soltanto l’immagine artificiale che gli stranieri aveva di essa. La tragedia di Utøya, per Omdal, è semplicemente questo: una tragedia che non spiega nulla del paese. Può darsi. Ma Breivik era un norvegese e ha voluto colpire la società norvegese.

Gli obiettivi che ha scelto a Oslo non erano casuali. E non lo era neanche Utøya, storico luogo di raduni per i giovani socialdemocratici. Breivik nel corso delle udienze ha spiegato sin troppo chiaramente il perché delle sue azioni: “Ho agito per legittima difesa del mio popolo, della mia cultura, del mio paese”. Gli adolescenti che hanno trovato la morte a Utøya “non erano ragazzi civili ma attivisti politici che promuovevano il multiculturalismo”. È questo il nocciolo del Breivik-pensiero: l’integrazione, il multiculturalismo, gli stranieri.

La Norvegia è un paese sempre più multietnico. Le ultime proiezioni affermano che entro il 2040 in tutta la nazione potrebbero vivere oltre un milione e mezzo di persone di origine straniera. Oggi ce ne sono 600.000. La maggioranza della popolazione non è spaventata da questa prospettiva. Ma esiste una parte di norvegesi, ricorda il quotidiano Aftenposten, che ha una posizione scettica nei confronti dell’immigrazione. Molti pensano che sia un processo che sta correndo troppo. Molti vedono gli islamici come una minaccia per l’Europa.

C’è chi lo pensa soltanto e chi lo dice apertamente. In Norvegia ci sono diversi gruppi espressamente contrari a quella che definiscono l’islamizzazione dell’Europa. Persone convinte che è solo questione di tempo prima che anche in Occidente sia introdotta la sharia. Ma non sostengono Breivik: l’assassinio di massa perpetrato il 22 Luglio non si giustifica in nessun caso. È proprio così? Anche qui vale il gioco delle scatole cinesi: vero nella stragrande maggioranza dei casi, falso in minima parte. Ed è quella minima parte però che deve far pensare. Sanna Lundell, giornalista del quotidiano svedese Aftonbladet, lo ha scritto pochi giorni dopo l’inizio del processo: “Ci sono molte persone che sono d’accordo con Anders Behring Breivik. Quando il dolore si placherà, forse lo adoreranno. È questo che sono oggi i paesi nordici. Società aperte all’odio e al male”.

Sanna Lundell probabilmente esagera ma le sue parole aiutano a porsi delle domande: cos’è oggi la società norvegese e cambierà a seguito del 22 Luglio? Lo scrittore e giornalista Øyvind Strømmen ha provato a rispondere. All’atto pratico le cose non cambieranno, dice: nessuna limitazione alla libertà di parola, ad esempio. Anche gli schieramenti politici più estremi a oggi non ne hanno beneficiato. Anzi: il Partito del Progresso (il più a destra dei grandi partiti del paese) ha dovuto smorzare toni e posizioni. L’ideologia Breivik non prenderà mai piede, hanno scritto e riscritto decine di commentatori. C’è da crederci. Ma c’è anche altro con cui fare i conti: la sfera emozionale.

Il terrorismo era sconosciuto in Norvegia. Ora la gente sa che è qualcosa con cui deve fare i conti. Øyvind Strømmen sostiene che questo avrà inevitabilmente ripercussioni sul paese: come? L’effetto più probabile è che la paura si insinui nella società, più o meno inconsciamente e più o meno diffusamente. Qualcosa si può già intravedere nell’azione del governo, che nel bel mezzo del processo Breivik ha presentato una proposta di legge che punta a rendere più sicuri gli istituti psichiatrici. La prospettiva che il mostro di Utøya possa finire in un ospedale per malati di mente ha spinto l’esecutivo a darsi da fare per stringere i cordoni della sicurezza intorno ai soggetti internati.

Il governo vorrebbe anche istituire una sosta di unità speciale di alta sicurezza che potrebbe essere collocata in una prigione. Senza giri di parole è stata chiamata legge-Breivik. La socialdemocratica Anne-Grete Strøm-Erichsen, ministro della Salute, ha detto di essere dispiaciuta che modifiche di questo tipo non siano state fatte prima ma non ha neppure negato che tanta fretta sia dovuta al processo in corso. È questa la paura di cui parlava Øyvind Strømmen? Sono queste le conseguenze dei morti di Oslo e Utøya? La verità è che è troppo presto per dirlo. A Luglio dovrebbe arrivare la sentenza. Per la Norvegia il viaggio è ancora lungo.

Fine seconda puntata.