Nel mondiale sudafricano a vincere non sono i cattivi ma il lato B del calcio
05 Luglio 2010
In un mondo dello sport sempre più esasperato da mille polemiche per una volta non ha importanza l’esito finale dei mondiali, quello che conta è che quei personaggi che discutono con tutti e spesso fanno discutere di loro stessi non l’hanno vinto. In semifinale sono giunte 4 squadre, con i relativi allenatori antidivi, mai polemici o sopra le righe. Finalmente una bella storia per una edizione brutta e di scarso appeal.
Sudafrica 2010 si è insomma “vendicato” di tecnici impegnativi come Maradona, dal forte carisma (e personalità fin troppo spiccate) alla Lippi e Capello o disastrosamente (al limite del ridicolo) polemici come Domenech. Sono rimasti, come avviene a Hollywood, i buoni (il lato B), quelli che hanno adottato la filosofia del basso profilo.
Il più esemplificativo della categoria è senz’altro Joachim Loew, ct della Germania. Dopo una modesta carriera da giocatore (mai vestito la maglia della nazionale) ha intrapreso una carriera da allenatore costellata di alti e bassi. Secondo di Klinsmann nel 2004, dal 2006 (appena dopo i mondiali) è titolare della panchina e, statistiche alla mano, è l’allenatore della nazionale con la più alta percentuale di vittorie di sempre. Come se non bastasse è pure piacente e ben vestito, una sorta di icona del perfetto commissario tecnico. A sfidarlo in semifinale Vicente Del Bosque, allenatore molto più titolato (due Champions e un’intercontinentale con il Real Madrid) e anziano. Esteticamente ricorda il nonno buono delle fiction e la sua dote più grande è sempre stata la pazienza. Ai tempi in cui allenava il Real Madrid Florentino Perez lo mandò via in grande fretta dopo che aveva vinto tutto, dando di fatto il via a un ciclo di clamorosi quanto costosissimi insuccessi. Il precedente ct spagnolo campione d’Europa in carica, Luis Aragones, lo punzecchia da sempre, questa la sua risposta: “Non esistono due Spagne, una mia e una di Aragones, ce n’è solo una”.
L’altra semifinale è affare di BertVan Marwijk, ct dell’Olanda, nome che fino al Sudafrica era sconosciuto al grande pubblico. Si è ritrovato al timone degli orange dopo l’avventura – suggestiva ma perdente – della leggenda Marco Van Basten. Per prima cosa, ha dovuto placare i bisticci fra i suoi fenomeni, storicamente divisi in clan (a pesare all’interno dello spogliatoio anche la diversa colorazione della pelle di alcuni giocatori). Emblematico il suo credo: “non voglio una squadra dove ci sia troppo spazio per l’ego dei miei giocatori”. L’unico non europeo del lotto è una vecchia conoscenza del calcio italiano (ex Cagliari e Milan), Oscar Washington Tabarez. Un signore, distinto e con un’educazione d’altri tempi, ha fatto poca fortuna in serie A. Le sue simpatie di sinistra (si dice) non fecero scattare l’intesa con Berlusconi. In Uruguay è una sorta di totem, ha infatti guidato la Celeste ben 3 volte (giovanili comprese) e lo si vorrebbe blindare a vita. È un altro personaggio silenzioso che non ama troppo i riflettori. In più, è riuscito a eliminare i padroni di casa e ha il merito di aver “zittito le vuvuzela”.
La stessa filosofia degli allenatori è finita pure per influenzare i giocatori. Così il mondiale è stato orfano di tutti quegli uomini copertina (o poster, profumo, lametta da barba o qualsiasi altro prodotto) la cui faccia è sbattuta in continuazione sui giornali. Messi non è stato decisivo, Cristiano Ronaldo se ne è andato sputando alla telecamera, Rooney non è stato rintracciato e Kakà è tornato a essere un brutto anatroccolo. Se ne può dedurre (sembra scontato ma non lo è affatto) che talento e doti naturali non sono niente se mancano testa e umiltà.
Probabilmente è questa la lezione messa a frutto da chi è rimasto lontano dai riflettori e dalle luci della ribalta. Val la pena di fare qualche esempio. Primo fra tutti Wesley Sneijder: rifiutato dal Real Madrid e arrivato all’Inter, quest’anno ha vinto tutto, rifacendosi con gli interessi di chi lo criticava aspramente. Indimenticabile poi per noi italiani Robert Vittek, attaccante dell’Ankaragucu (Turchia) che con la Slovacchia ha segnato 4 gol, facendo impallidire Marek Hamsik, pubblicizzatissima punta di diamante del Napoli.
Infine, è giusto tornare alla Germania con due esempi. Miroslav Klose ancora una volta è stata la pedina vincente della Nazionale, dalla sua un centinaio di presenze e più di 50 gol con la maglia tedesca addosso. Il record di gol segnati complessivamente ai mondiali è alla sua portata, in compagnia di gente del calibro di Gerd Muller e Ronaldo (quello vero). Quest’anno ha fatto panchina.
Da un Muller all’altro. Thomas Muller, 20enne attaccante del Bayern Monaco, è stato il giustiziere dell’Argentina del Pibe de oro. Forse però non tutti ricordano che alcuni mesi fa, quando le due squadre si affrontarono in amichevole, il giovane avrebbe dovuto partecipare a una conferenza stampa proprio in compagnia di Maradona che però si rifiutò di condividere tavolo e microfono con un esordiente, costringendolo ad abbandonare la sala. Classico caso di legge del contrappasso.
Torniamo a ripeterlo, poco importa la vincitrice. A noi il mondiale è piaciuto perché ha vinto il lato B (buono) del calcio, quello senza lustrini e paillettes. Se esiste un Dio del pallone questa volta ha visto giusto.
