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Nel mondo di Prodi non si fanno scelte

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Il governo caduto sulla politica estera, è sulla politica estera che resta a terra. Le cose dette da Prodi nei sui discorsi al Senato tra ieri e martedì testimoniano insieme la pochezza delle idee a disposizione e la gravità di quelle poche.

La frase più stupefacente tra le molte spese a vuoto è questa: "In Medio Oriente abbiamo sviluppato una politica di attenzione verso tutti gli attori della regione, convinti che il miglior modo per aiutare la pace e la stabilità non è quello di scegliere una parte a scapito dell'altra, ma, al contrario, quello di sforzarci di capire le ragioni degli uni e degli altri". Che cosa vuol dire? O si tratta di fuffa retorica o è molto peggio. Perché quella frase dice che non si deve scegliere tra Israele e Hamas, tra Karzai e i Talebani, tra il legittimo governo del Libano e Hezbollah, tra Ahmadinejad e i suoi oppositori in esilio o in galera, tra il governo di Al Maliki in Iraq e al-Quaeda, tra la democrazia e la dittatura, tra il terrorismo e la lotta per sconfiggerlo.

Se Prodi fosse ancora preso sul serio, qualcuno si sarebbe dovuto alzare nell'aula del Senato e gridare allo scandalo per quelle parole.

Ma non è finita. Prodi continua dicendo: "Siamo impegnati a tenere un canale di dialogo con l'Iran, perché occorre fare tutto il possibile per evitare il precipitare della crisi verso una soluzione militare". Il presidente del Consiglio sa bene che da una settimana è scaduto l'ultimatum di 60 giorni concesso dall'Onu a Teheran per fermare il suo programma nucleare e che Ahmadinejad ha subito  ha detto che quel programma è come "un treno un corsa senza freni e senza retromarcia". Il problema della comunità internazione, in questo momento, non è quello del dialogo con l'Iran, ma se applicare e come le sanzioni minacciate, e quale prezzo far pagare a Teheran per la sua arroganza.

Passiamo al punto cruciale dell'Afghanistan. A parte la ripetuta evocazione della "conferenza di pace" la cui credibilità è vicina allo zero, Prodi parla dei soldati italiani impegnati in quel paese in un modo che, ancora una volta, se lo si prendesse sul serio, i vertici militari dovrebbero insorgere.

Ecco le sue testuali parole: "I nostri soldati in Afghanistan sono portatori di una cultura di dialogo e di aiuto, non di confronto o di scontro". Viene da chiedersi a che scopo mantenere un esercito, addestrarlo e armarlo se la sua missione è il dialogo, se lo scontro è bandito persino dal suo vocabolario.

Nella logica di Prodi tutto si tiene: l'Italia, in Afghanistan come ovunque, "non sceglie una parte a scapito dell'altra" e i suoi soldati non sono lì per combattere i Talebani ma per dialogare e comprendere le loro ragioni.

L'assoluta inconsistenza del discorso prodiano in politica estera si rivela interamente quando si parla di Europa. Ecco l'elaborazione a cui giunge il presidente del Consiglio: "Abbiamo collocato l'Italia al centro dell'Europa, costruendo un rapporto stretto con Germania, Francia e Spagna, senza per questo allentare le relazioni con il Regno Unito". Ancora una volta, che cosa vuol dire?

E' all'altezza di una relazione parlamentare tesa a riconquistare la fiducia perduta proprio su questi temi? O è solo un modo maldestro e codino per dire: "stare in Europa per noi significa allontanarci un po' dagli Stati Uniti, ma non così tanto da far arrabbiare gli inglesi".

Con il voto di ieri Prodi va avanti ma l'Italia non va da nessuna parte.

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