Nel suo Stato dell’Unione Obama ‘vende’ sogni ma è tempo di risultati

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Nel suo Stato dell’Unione Obama ‘vende’ sogni ma è tempo di risultati

25 Gennaio 2012

Con il discorso sullo Stato dell’Unione di ieri notte, Barack Obama ha aperto formalmente la sua campagna elettorale per la corsa alla rielezione alla Casa Bianca. Un discorso che aveva il sapore di un manifesto propagandistico, con una serie di “farò” di fronte a uno Congresso diviso. Slogan, progetti e tentativi di togliere il terreno da sotto i piedi agli argomenti anti-Casa Bianca che sempre di più emergono nei dibattiti e nel messaggio politico dei candidati Repubblicani alla nomination.

Un discorso quello di Obama nel quale c’era di tutto, com’è normale se non necessario che sia un discorso sullo Stato dell’Unione (se non dici qualcosa, che ci vai a fare al Congresso, a stringere le mani degli eletti sorridenti di fronte alle telecamere del C-Span?). In sostanza Obama è andato a dire che tutto va bene, che nel 2011 sono stati creati più posti di lavoro dal 2005 e che i ricchi devono pagare più tasse. Ha agitato ancora il mito di una politica energetica nazionale, difendendo i sussidi che la sua amministrazione ha elargito allegramente alle società green alcune delle quali sono andare fallite – vedi Solyndra -; ha affermato il “missione compiuta” nella ‘guerra al terrore’ ora che “Per la prima volta in due decadi, Osama Bin Laden non è più una minaccia per il nostro paese”.

A ciò si aggiunga la sparata sugli investimenti in infrastrutture, resi possibili dal risparmio sulle finanze pubbliche conseguenza del lento ritiro dall’Afghanistan e dal completo ritiro dall’Iraq. Il presidente Democratico, nei primi minuti di discorso, ha avuto anche la faccia tosta di chiamare il Congresso a cooperare come si fa nell’esercito, anche se val la pena ricordarlo, in qualsiasi ordinamento gerarchico militare più che cooperare, si impartiscono ordini e quelli che stanno sotto obbediscono. Riferendosi ai militari, con un’oratoria brillante ma sempre meno convincente Obama ha affermato che “loro non sono consumati dall’ambizione personale. Non sono ossessionati dalle proprie differenza. Si concentrano sulle missione che hanno da portare a termine. Lavorano insieme”.

Il passaggio si è concluso con un invito ad un Congresso in versione pignatta, neanche fosse una strofa postuma di John Lennon “Imagine what we could accomplish if we followed their example”, immaginate cosa quali traguardi potremmo raggiungere se seguissimo il loro esempio. Un paragone tra azione politica e militaria che ha spinto un arrabbiatissimo William Kristol sul The Weekly Standard ad affermare apertis verbis che Obama è solo “interessato a usare il prestigio dei militari per giustificare uno Stato balia”.

Probabilmente è questa l’idea di cooperazione tra la branca esecutiva e quella legislativa che Obama insegue nella sua – molto personale – interpretazione della separazione dei poteri affermata nella Costituzione statunitense e nei paper costituzionali del “The Federalist” da Alexander Hamilton, James Madison e John Jay. La Casa Bianca dà l’ordine e il Congresso obbedisce.

Purtroppo per Obama, da ormai più di un anno, il Congresso non è più a esclusivo controllo Democratico e per far passare qualcosa, bisogna fare dei compromessi con la Camera dei Rappresentanti a controllo Repubblicano, una dimensione compromissoria che l’attuale amministrazione, salvo nell’estensione dei tagli alle tasse di Bush jr., non sembra disponibile ad assumere nonostante quell’aurea di post-partigianeria, unità nazionale e tutto il resto che all’epoca della campagna elettorale 2008 il team Obama aveva fatto passare.

Il fallimento della sua leadership è sotto gli occhi di tutti: da mille giorni il Senato statunitense non ha passa un bilancio federale, il Congresso, sul quale si sta abbattendo un sentimento d’antipolitica che peserà alle prossime elezioni presidenziali, non riesce più a far passare una legge in entrambe le camere, certo a causa dell’incapacità di un Congresso diviso di condividere i testi legislativi, ma certamente anche per l’inesperienza di Obama nel saper spingere su compromessi e comuni basi di negoziazione con la leadership Repubblicana della Camera, John Boehner ed Eric Cantor, oltre quella del Tea Party caucus della Camera.

Infine il capitolo tasse. Il Leitmotiv del suo discorso è stato ‘fair share’, la parte quota di tasse che nella dicotomia tanto in voga tra i Democratici tra 1% ricco -99% povero trova la sua massima epifania. Negli scorsi mesi l’amministrazione Democratica ha cercato di far passe con un taglio fiscale sulle buste paga pro-ceto medio non ancora approvato dal Congresso, così tentando di riacciuffare il ceto medio elettoralmente indipendente e di tenerlo politicamente a sè. Qualche proposta è uscita durante il discorso di ieri, ma non di certo quella “flat tax per la classe media” di cui si parlava in preparazione per il discorso sullo Stato dell’Unione e di cui ha dato conto Ryan Lizza su “The New Yorker”. Invece è emerso la possibilità di rifinanziare i mutui con un tasso d’interesse agevolato – zampino del tandem Geithner-Bernanke –con un risparmio di tremila dollari annui sui mutui. 

Rileggendo tutto d’un fiato il discorso di Obama, dopo averlo visto magari in video, vien da pensare “Wow, quanto cose vuole fare questo presidente”. Il problema è che Obama non è al suo primo discorso sullo Stato dell’Unione: è al suo ultimo ( e che ultimo, ultimo potrebbe essere se gli indici d’approvazione sull’azione presidenziale di Obama che nella media di Real Clear Politics si attestano a più al 46%, a fronte di una disapprovazione a più del 48%, dovessero restare tali. Insomma è un po’ tardi per vendere sogni e progetti. In realtà questo sarebbe il tempo di presentare risultati. Merce rara dalla parti della Casa Bianca del ‘mitico’ Barack Obama.