Il ministero del lavoro. Il tasso di disoccupazione negli Usa è salito al 6,7 per cento, soprattutto nei servizi e nell’industria automobilistica. L’America è in recessione e Obama ha annunciato che la crisi è destinata a peggiorare, promettendo una cura aggressiva per uscire dal tunnel. Eppure non ha ancora scelto il suo ministro del lavoro.
I sindacati sono sul piede di guerra contro la squadra di centristi messa insieme dal presidente. Le Unions hanno finanziato la campagna elettorale democratica e adesso chiedono che il nuovo secretary of labor sia un loro uomo. O meglio una lesbica cattolica: Mary Beth Maxwell che, secondo il Wall Street Journal, sarebbe una candidata perfetta per riequilibrare le forze tra il centro e la sinistra del partito. Le sue credenziali di attivista liberal la rendono una figura popolare tra il movimento omosessuale ed è considerata una ‘riformatrice’ nell’ambiente sindacale. Vuole modernizzare la legislazione americana sul lavoro offrendo nuove forme di rappresentanza ai lavoratori.
Mary Beth dovrà vedersela con un pezzo da novanta dell’establishment democratico, l’ex leader della maggioranza al Congresso “Dick” Gephardt che negli ultimi anni ha sposato posizioni pro-labor. L’altra avversaria è la scaltra Kathleen Gilligan Sebelius, governatrice del Kankas e figlia d’arte visto che suo padre governò in Ohio. Kathleen sarebbe un buon ministro di mediazione. I sindacati la apprezzano per il lavoro compiuto sulle assicurazioni e perché si è battuta contro quelle leggi che penalizzano fiscalmente i lavoratori favorendo il mondo degli affari.
Il ministero dell’educazione. La riforma dell’istruzione è stato uno dei pilastri della campagna elettorale di Obama. “Il giorno della resa dei conti è arrivato” ha detto il presidente parlando del diritto allo studio come l’unica chiave per entrare nel mondo del lavoro. Gli Usa hanno bisogno di una forza lavoro istruita per competere e vincere su scala globale. Lo slogan è “se vogliamo vincere le sfide del mondo di domani, dobbiamo educare il mondo di oggi”. Il taglio bipartisan: “Credo che gli obiettivi della legge voluta dal presidente Bush (il No Child Left Behind) fossero giusti e onesti. E’ giusto promettere che ogni bambino avrà diritto a una educazione con un buon insegnante”.
Ma Obama se l’è presa con la standardizzazione dei test di valutazione introdotti dalla Spellings, che determinano l’erogazione dei fondi alle scuole. Ha rimesso al centro della sua battaglia la questione della busta-paga degli insegnanti criticando altri punti deboli della riforma Bush. Obama pensa a un ministero dell’istruzione militante e reticolare, capace di “reclutare un esercito di insegnanti”, monitorare i risultati delle scuole, calmierare le disuguaglianze tra gli studenti, e aumentare l’innovazione.
Il presidente oscilla tra le posizioni dei riformatori e quelle dei sindacati, anche se tutti gli americani vogliono migliorare la produttività e ristabilire l’autorevolezza degli insegnati, che si tratti di favorire le scuole pubbliche oppure le charters schools (quegli istituti pubblici autonomi e indipendenti dalla burocrazia che devono rendere conto dei risultati ai loro fondatori e ai finanziatori).
Se a prevalere saranno i riformatori liberali il ministro dell’istruzione probabilmente sarà affidato a Joel Klein, la attuale New York schools chief. La Klein si concentrerà sulle scuole delle grandi città che rappresentano la parte più problematica del progetto obamiano. La sua intenzione è di premiare gli insegnanti migliori con stipendi più alti favorendo il fronte delle charters. Grazie alla Fondazione Gates, la Klein ha creato un rete di piccole scuole nella Grande Mela che hanno ottenuto risultati eccellenti rispetto a quelle chiuse o sostituite. Conosce di persona John Podesta che guida il team di transizione di Obama. In un forum sulle condizioni dell’istruzione del 2004 si è domandata “fino a quando potremo tollerare dei poveri risultati nella scuola pubblica” appellandosi alla “visione morale” ereditata dalla storica sentenza Brown v. Board of Education.
Se invece riusciranno a imporsi i sindacati, che considerano le charters un “modello aziendalistico”, allora la poltrona dell’istruzione potrebbe andare a Linda Darling Hammond che insegna all’Università di Stanford e ha un lungo passato nel mondo della scuola pubblica. In questo caso ad essere enfatizzati saranno temi come l’aumento dei fondi pubblici da stanziare al sistema scolastico, quello degli stipendi dei professori (tutti, non solo i bravi), la riduzione del numero degli studenti per classe. Linda può vantare un curriculum con centinaia di pubblicazioni scientifiche sulle pratiche e le politiche educative ed è stata il consigliere per l’educazione della campagna elettorale di Obama.
Circolano anche i nomi del repubblicano Colin Powell e quello di Arne Duncan, un vecchio amico e compagno di università di Obama. Duncan è un giocatore di basket professionista oltre che un membro dell’Aspen Institute. Ha rimesso in sesto le scuole di Chicago tanto che il sindaco della città sta facendo di tutto per evitare che il suo uomo sia risucchiato dai palazzi di Washington. Duncan è contrario alla riforma Bush e se dovesse guadagnarsi il posto allora ci sarebbe una forte cambiamento: più controlli sulla qualità dell’insegnamento, trasformazione delle scuole più deboli e chiusura di quelle irriformabili. Duncan però ha poco esperienza su scala nazionale e chissà se riuscirebbe a imporre l’agenda del presidente davanti al Congresso, o a negoziare con la miriade di lobby e gruppi di interesse che formano l’establishment dell’istruzione.
Il ministero dell’ambiente è un’altra patata bollente visto che Obama ha promesso di affrontare la crisi economica creando milioni nuovi posti di lavoro “verdi”. Il presidente vuole offrire incentivi fiscali per le energie alternative, predisporre un drastico piano per la riduzione del consumo energetico, affrontare di petto la questione del cambiamento climatico e delle emissioni inquinanti. Ma la casella del secretary of energy è ancora desolatamente vuota.
I candidati più noti, e forse destinati a bruciarsi, sono l’iperpresenzialista Al Gore e il governatore repubblicano della California Schwarzenegger che ha fatto dell’efficienza energetica la sua priorità politica. Un’altra scelta bipartisan potrebbe essere quella dell’attuale segretario Bodman. Nel 2005 quest’ultimo è stato confermato all’unanimità dal Congresso per le sue indiscusse credenziali scientifiche ma Obama non sembra avere nostalgia degli uomini di Bush, anche perché Bodman gli lascia in eredità un budget che ha sfondato quota 23 bilioni di dollari.
Circolano anche altri nomi. L’ultimo in ordine di tempo è quello del democratico Henry Waxman, considerato uno dei liberal più influenti del Congresso e da poco eletto a capo della Commissione per l’Energia e il Commercio della Camera. Oppure potrebbe toccare a Dan Reicher, uno dei googlocrati schierati con Obama.
Reicher è il direttore per “il cambiamento climatico e le iniziative energetiche” di Google ed è stato uno degli assistenti di Bill Clinton al ministero dell’ambiente. Si batte da anni per le energie rinnovabili e sogna veicoli di nuova generazione. E’ convinto che bisogna parlare con il pubblico americano per insegnargli quali sono e come funzionano le nuove tecnologie. Questa educazione ambientale innescherà la rivoluzione verde. E il business via Google, naturalmente.
Per gli aggiornamenti sulle nomine di Obama c’è la pagina del Wall Street Journal dedicata al team