Nel V-Day di Beppe Grillo l’Italia sembra quasi uno “stato-canaglia”

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Nel V-Day di Beppe Grillo l’Italia sembra quasi uno “stato-canaglia”

03 Dicembre 2013

Fuori dall’euro, addio al fiscal compact, benvenuti Correa e Wikileaks. Il V-Day di Genova ci consegna un’immagine nitida della politica estera nella mente di Beppe Grillo. Non sappiamo se coincida al cento per cento con quella dei suoi parlamentari, ma si può intuire quale sarebbe il riposizionamento del nostro Paese a livello internazionale con un governo a trazione grillica o con i grilli partner di maggioranza.

Che Grillo pensi di uscire dall’euro non è una novità, ma dal palco di Genova ha indicato anche un modello di governo che secondo lui farebbe al caso nostro. Quello del presidente ecuadoregno Rafael Correa, al terzo mandato presidenziale, descritto dal comico come una sorta di taumaturgo in grado di rendere felice il suo popolo e assicurargli ricchezza e libertà.

La situazione in Ecuador negli ultimi anni è sensibilmente migliorata rispetto alla fine degli anni Novanta e dopo i catastrofici effetti dell’uragano El Nino. Il paese è uscito da una spirale superinflattiva che rischiava di mandarlo in default e gli ecuadoregni hanno smesso di abbandonare il Paese anche se le rimesse rappresentano la seconda fonte di entrate dello stato dopo l’export petrolifero.

Quando è arrivata la Grande Crisi, Correa è miracolosamente riuscito a tenere a galla il Paese, investendo nel welfare, riducendo la povertà, colpendo duro contro le multinazionali petrolifere. Tutto questo però non gli ha impedito di mettere il bavaglio alla stampa (ieri Grillo ha chiesto di chiudere i giornali che non hanno titolato a tutta pagina sul Vaffa Day), concentrando il potere nelle sue mani.

E così, mentre Amnesty accusava il Governo di aver abusato delle misure antiterrorismo contro i popoli indigeni a cui sono state confiscate le terre, mentre i giornalisti scomodi venivano imprigionati e multati, Correa è diventato l’idolo di Beppe per aver definito "immorale e illegittimo" il debito estero contratto dall’Ecuador (Correa incolpa i regimi militari del passato), minacciando di non pagare più i suoi creditori. Nel frattempo il Presidente dava  asilo a Julian Assange, visto che Wikileaks aveva diffuso i cablo in cui il Governo Usa si preoccupava dell’alto tasso di corruzione della politica ecuadoregna.

Grillo ha descritto tutto ciò dal palco di Genova con la retorica del piccolo Paese eroico che non si piega all’America, alla Banca Mondiale e all’FMI, in realtà sappiamo che il nuovo Ecuador si è legato mani e piedi alla Cina (diventato il primo creditore del Paese), attratto dal Venezuela di Chavez piuttosto che dall’Iran di Ahmadinejad. Realisticamente, parliamo di uno Stato che non ha certo la forza di imporsi a livello regionale o in negoziati multilaterali, che se dovesse trovarsi a trattare con gli Usa o la Ue su temi come l’export probabilmente dovrebbe cedere o affrontare nuovi problemi finanziari.

L’Ecuador non può essere definito uno "stato-canaglia" ma non è certo un modello da seguire da un punto di vista diplomatico. Così come non è chiaro se, al di là del consenso popolare e dei risultati economici cattosocialisti ottenuti da Correa, sia davvero uno Stato libero e democratico. Il dubbio che anche l’Italia possa finire così è lecito. Ma sappiamo che per Grillo in Italia non c’è niente di libero e di democratico.