Nel vertice Usa-Cina il dialogo c’è stato ma le differenze restano

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Nel vertice Usa-Cina il dialogo c’è stato ma le differenze restano

27 Maggio 2010

Dopo mesi di relazioni difficili, sono giunti timidi segnali d’intesa tra Usa e Cina durante il Dialogo Strategico ed Economico di Pechino, giunto alla sua conclusione due giorni fa. L’incontro si è svolto alla presenza del segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e del segretario al Tesoro, Timothy Geithner, seguiti da una delegazione formata da diplomatici e imprenditori.

Tanti i temi caldi sul tavolo del vertice. Dall’Iran, all’economia, fino all’ultima bega internazionale: lo scontro tra le due Coree. E non c’è scenario in cui la Cina non giochi un ruolo fondamentale. Sul fronte Iran, il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha ottenuto soltanto una parziale collaborazione del governo cinese che si impegna a discutere in sede di Consiglio di sicurezza la possibilità di applicare nuove sanzioni al regime degli ayatollah. Comunque «noi crediamo che il dialogo sia meglio dello scontro», ha riferito la portavoce della diplomazia di Pechino Jiang Yu, facendo intendere che il governo cinese preferisce di gran lunga il dialogo alle sanzioni. I grandi interessi che legano Pechino a Teheran si chiamano petrolio e gas ed hanno portato la Cina a rifiutare la sottoscrizione di un documento che prevede misure dirette contro imprese iraniane.

Al centro dei colloqui l’economia. La Clinton aveva precedentemente affermato che le società americane meritano un "accesso imparziale" ai contratti governativi cinesi e regole più trasparenti. Washington, insomma, desidera un mercato cinese più equo e contendibile che non impedisca l’entrata di imprese americane. Inoltre, alla Cina è stato chiesto di rivalutare la propria valuta in modo da alleggerire il deficit commerciale americano. Le autorità cinesi si sono mostrate reticenti nell’accettare tali condizioni soprattutto per due motivi: la crisi greca rischia di indebolire l’export cinese nell’Eurozona e uno yuan troppo forte sull’euro renderebbe i prodotti cinesi meno competitivi sui mercati stranieri. Sembra che il compromesso possa essere una riforma graduale del meccanismo di cambio, così come annunciato dal presidente Hu Jintao.

Economia, ma non solo. Altri temi scottanti sono stati la difesa, l’energia, e last but not the least,  il clima. In cima alla lista, però, si è imposta conurgenza la difficile situazione tra le due Coree. Secondo l’agenzia sudcoreana Yonhap News, Kim Jong-il ha ordinato all’esercito di tenersi pronto a combattere in vista di un possibile conflitto con il Sud. Dall’altra parte, il governo di Seul ha deciso di rinominare la Corea del Nord come "nemico numero uno". Definizione divenuta ormai sinonimo di massima tensione tra i due Paesi. Dopo l’attacco della Corea del Nord alla corvetta sudcoreana che ha causato la morte di 46 marinai, Washington avrebbe voluto una condanna esplicita da parte della Cina al regime di Pyongyang, ma si è dovuta accontentare di dichiarazioni moderate: "La Cina riconosce la gravità della situazione", ha detto il segretario di Stato americano. Pechino è prudente perché sa bene che il rischio geopolitico di un’eventuale caduta del regime nordcoreano, suo storico alleato, non è irrilevante.

Il vertice si è concluso e, sebbene sia stato fatto qualche passo in avanti nelle relazioni tra Usa e Cina, i problemi restano. In effetti, ben poco di concreto si è ottenuto e questo sembra essere la norma quando l’interlocutore è la Cina. Da una parte, infatti, gli americani si spendono per ottenere aperture, concessioni, punti fermi su cui lavorare; la Cina, invece, consapevole della propria forza, sembra intenzionata a concedere molto poco. E non è detto che a sbagliare strategia sia quest’ultima.