Nella Chicago di Obama continua la guerra interna tra i democratici
19 Febbraio 2009
Mentre Barack Obama parte per il suo primo viaggio all’estero da presidente (in Canada), il suo successore al Senato rischia di perdere il posto appena un mese dopo la sua nomina. Parliamo di Roland Burris, scelto lo scorso 30 dicembre dal contestatissimo ex governatore dell’Illinois, Rod Blagojevich, e sopportato a stento dal leader della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid, che prima si è opposto al suo insediamento, poi lo ha accettato (costretto, di fatto, dalla Corte Suprema dell’Illinois) e adesso sta cercando a tutti i costi di “farlo fuori”. Stavolta con il benestare della stessa Casa Bianca.
Il portavoce di Obama, Robert Gibbs, ha detto ai giornalisti che «il popolo dell’Illinois ha il diritto di sapere tutto» sull’ultimo scandalo che ha coinvolto Burris, mandando di fatto un “avvertimento” neppure troppo trasversale al neo-senatore, che da parte sua non sta facendo molto per uscire dal pantano in cui si trova. Nello scorso fine settimana, dopo giorni di tentennamenti, ha ammesso di aver cercato di raccogliere fondi per Blagojevich (che è sotto inchiesta proprio per aver cercato di “vendere al miglior offerente” il seggio di Obama). Un particolare non da poco, soprattutto perché Burris non ne aveva fatto alcun cenno durante il procedimento di impeachment contro il governatore. Poi ha nuovamente cambiato versione, affermando di «aver rifiutato di raccogliere fondi per Blagojevich» dopo una richiesta esplicita del fratello.
La situazione resta ancora molto torbida e complicata, come nella migliore (peggiore?) tradizione della politica di Chicago (la stessa, per inciso, che ha fatto nascere, crescere e maturare la presidenza di Barack Obama). Ma un fatto emerge prepotentemente da questi giri di valzer tra presunti corrotti e presunti corruttori: il partito democratico ha definitivamente abbandonato Burris. Il suo collega senatore dell’Illinois, Dick Durbin, ha dichiarato al Chicago Tribune che «l’accuratezza e la completezza della sua testimonianza e dei suoi affidavit è stata messa in seria discussione». Phil Hare, il più potente dei deputati democratici che rappresenta lo stato alla Camera si è limitato ad un laconico «deve andarsene». Mentre un altro deputato, Jan Schakowsky, candidato potenziale al seggio di Burris (che fu di Obama) ha chiesto al governatore Pat Quinn di organizzare in tutta fretta una special election.
Per ora Burris si rifiuta categoricamente di dimettersi e ancora ieri, parlando al City Club di Chicago, affermava di «non aver fatto niente di male, di non avere niente da nascondere». Tutto, però, fa pensare che il suo destino sia ormai segnato. E già i suoi “colleghi” democratici si preparano alla guerra elettorale per assicurarsi l’ambito seggio del Senato. Nella tranquilla Chicago di Obama scorrerà il sangue.
