Nella manovra Monti slittano le liberalizzazioni, restano le tasse
12 Dicembre 2011
Ci sono voluti sei anni e la ‘ricetta Monti’ per rimettere sullo stesso palco la Camusso, Bonanni e Angeletti. Insieme più per necessità che per convinzione. Solo qualche mese fa, invocavano il passo indietro del Cav. convinti che poi la medicina per curare la malattia avrebbe funzionato. Ora che la ‘medicina’ c’è da mandarla giù e soprattutto da spiegarla agli associati, scoprono che Monti è ‘troppe tasse e poca equità’. La necessità dei prossimi presidi di piazza si chiama manovra economica, nel giorno in cui lo spread torna a quota 454 e i mercati dimostrano di non credere alla strada imposta dalla Merkel, tantomeno alle determinazioni uscite dal vertice di Bruxelles (Consiglio europeo). Segno evidente che il problema non è più l’Italia ma l’Europa.
Sul fronte interno, le novità sono due: il provvedimento sarà nell’Aula di Montecitorio solo mercoledì mentre oggi il governo dirà la sua in commissione Bilancio sugli aggiustamenti chiesti e presentati, a loro volta dai partiti, Imu (ammorbidita in base ai carichi familiari) e indicizzazioni delle pensioni (fino a 1400 euro). La seconda novità è che slitta di un anno (al 2013) il pacchetto-liberalizzazioni. Non è certo un bel segnale sul fronte delle misure per la crescita. Qualcosa c’è, invece, per le aziende in difficoltà col via libera ad un emendamento che posticipa a 72 mesi il tempo massimo per il pagamento delle rate a Equitalia.
Per il resto, ci sono lacrime e sangue; quelle con le quali fanno i conti i partiti che probabilmente non si attendevano misure così draconiane e per questo insistono sul fronte delle modifiche. E’ altrettanto vero, però, che Monti non è disposto a grandi concessioni. Con lo spread che è tornato a salire, la preoccupazione maggiore è che anche questa manovra non basti; al punto che c’è chi in Transatlantico non esclude l’ipotesi che il governo potrebbe passare in tempi abbastanza rapidi alla seconda fase della ‘cura’, mettendo mano alla riforma del mercato del lavoro, quella del fisco e alle tanto attese dismissioni pubbliche. Una corsa a ostacoli e contro il tempo, per restare nell’euro.
Per capire quanto il governo sia aperto sul fronte degli aggiustamenti alla manovra bisognerà attendere oggi alle 14 quando Monti sarà alla Camera per fare il punto in commissione Bilancio, prima che il testo venga licenziato per poi passare all’esame dell’Aula, molto probabilmente con il voto di fiducia. Eppure il premier sa che non può rischiare di avere una maggioranza che non va nella stessa direzione di marcia.
Sul fronte caldo delle pensioni, il ministro Fornero ha annunciato imminenti novità da parte del governo, ma ieri il quadro appariva alquanto fumoso: si parla di una perequazione dell’assegno al 70 per cento per le pensioni tra i 1.200 e 1.400 euro e il blocco della rivalutazioni per quelle superiori. Resta da capire dove e come trovare la copertura; non è escluso un raddoppio dell’una tantum sui capitali scudati pari all’1,5 per cento.
E’ chiaro che Monti voglia dare un segnale forte agli investitori internazionali e per farlo non vuole cedere alle pressioni di forze politiche, sindacati e corporazioni. Il mantra è: aggiustamenti sì, ma a saldi invariati. Di emendamenti ne sono stati depositati 1400 e le posizioni all’interno degli schieramenti – tranne il Terzo Polo fulminato sulla via del Prof. di Varese – sono diversificate: da un lato il Pdl non digerisce la stretta su Imu e indicizzazione delle pensioni; dall’altro il Pd fa i conti con la linea dura dei sindacati sulle pensioni e pure con quella del suo responsabile economico Fassina che ieri ha ripetuto per tutto il giorno che le posizioni della Triplice sono quelle del partito. Bersani non avrebbe gradito granchè, si vocifera a via del Nazareno, e oggi incontrerà Bonanni, Angeletti e Camusso per evitare ulteriori strappi. Inquietudini trasversali.
