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Viaggio nelle follie del Dpcm

Aspettando Babbo Natale il governo uccide aziende e dipendenti

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Si fa presto a dire Dpcm. Si fa presto a dettare chiusure e tabelline orarie in un Paese nel quale le imprese sono costrette a districarsi in una selva di regole ipertrofiche, spesso contraddittorie, talvolta addirittura vessatorie. Si fa presto a dire “da oggi si fa così” se si ignora – o si finge di ignorare – che quel “così” si scontra non solo con le dinamiche economiche e del consumo, ma anche con altre norme che imporrebbero di fare “colà” e alle quali ai privati non è consentito derogare; con l’asfissio di una burocrazia dalla quale neppure la pandemia sembra averci liberato; con le piccole grandi complessità della vita quotidiana che le “forti raccomandazioni” del presidente del Consiglio non possono sciogliere d’incanto.

Avevo iniziato a scrivere alcune considerazioni nei giorni precedenti al varo delle nuove misure restrittive, quando ancora non se ne conosceva neppure in ipotesi il contenuto. E, dalla visuale di un piccolo imprenditore nel campo della ristorazione, della ricettività e dell’agricoltura, e di persona impegnata nella cosa pubblica, avevo pensato di dover partire da un’autocritica di categoria.

Perché è fuori di dubbio che – al netto del dibattito sui dati epidemiologici e sull’offensività attuale del virus, nel quale non mi addentro – al governo si possa e si debba rimproverare di aver perso mesi preziosi prima della ripresa autunnale; di aver speso male tante risorse e di aver lasciato che quelle spese bene restassero impastoiate in lungaggini e complicazioni; di aver scaricato sull’economia reale una situazione certamente inedita e imprevista ma che non potrà che aggravarsi se ad essa si aggiungeranno povertà e alienazione sociale. Ed è altrettanto fuori di dubbio che la guerra che stiamo combattendo è atipica, asimmetrica, per certi versi impalpabile.

Ma anche le guerre invisibili del nostro tempo rispondono a una legge antica e immutabile: quella per la quale una mossa giusta al momento sbagliato può tramutare una vittoria in una sconfitta.

Di qui l’autocritica. C’è stato un momento, la scorsa primavera, nel quale le categorie più esposte alle ripercussioni di questa crisi non potevano fare altro che battersi per misure economiche adeguate a fronteggiare l’emergenza improvvisa. Poi c’è stata la fase delle riaperture, subito prima dell’estate: erano ancora giuste le nostre recriminazioni, ma sarebbe stato ancora più giusto spingere all’unisono perché tempi e modi della parziale ripartenza fossero i più funzionali a colmare il più possibile, nel rispetto delle norme della sicurezza, il gap accumulato.

Ora siamo in una fase ancora ulteriore. Non possiamo far finta di non vedere che il fondo del barile, a livello di conti pubblici, è stato raschiato. E che difficilmente potrà essere la mano dello Stato, indebitato e pessimamente amministrato, a risollevare un’economia che ha subìto i danni di una guerra mondiale senza la prospettiva del dinamismo tipico dei periodi di ricostruzione post-bellica. Ciò che allo Stato e agli enti territoriali dobbiamo chiedere con tutta la forza è un quadro di regole che ci consenta di lavorare, senza comprimere le esigenze di sicurezza ma salvaguardando anche le ragioni di un vitalismo sociale senza il quale la stessa salute corporale è una pia illusione. Dobbiamo chiedere condizioni di contesto e non assistenzialismo. Sostegno e non supplenza. Sussidiarietà e non dirigismo. Guardando al futuro e mettendo in gioco innanzi tutto noi stessi.

Questo avrei voluto scrivere, e ne sono tuttora convinto.

Poi però è arrivato il Dpcm. “Da domani chiudete alle 18”, è stato detto alle attività di ristorazione. Sorvolando in questa sede sulla dubbia utilità sanitaria e sulla sicura dirompenza economica di una misura del genere, ragioniamo sulla sua concreta applicabilità. Gli estensori del decreto, infatti, forse non sanno che i dipendenti delle aziende del settore hanno un orario previsto da contratto. E, nella maggior parte dei casi, il personale è concentrato nella fascia serale.

In un Paese nel quale il diritto del lavoro risente di un atavico pregiudizio anti-impresa, e alle normative ordinarie si sommano in questa fase le misure straordinarie emergenziali, non è un problema da poco. Anche i dipendenti più disponibili e devotamente “aziendalisti”, infatti, sono spesso vincolati da esigenze familiari e organizzazioni di vita che impediscono loro di poter aderire così improvvisamente alla richiesta di un cambio di turno, per concentrare il lavoro nella fascia del pranzo. E un’azienda che in astratto volesse esperire le vie formali per ovviare a questa situazione e disporre del personale necessario nell’orario consentito di apertura si troverebbe paralizzata in un vicolo cieco.

Mettere in cassa integrazione il personale indisponibile precluderebbe infatti la possibilità di assumerne temporaneamente dell’altro per far fronte alle diverse esigenze imposte dal Dpcm. Per chi fosse disposto ad andare fino in fondo (non è il caso di molti di noi, che considerano l’azienda una famiglia), o avesse difficoltà insormontabili, la strada del licenziamento sarebbe interdetta dal blocco vigente per chiunque abbia acceduto ad ammortizzatori o sgravi contributivi. Rimarrebbe – sempre per chi fosse disposto o costretto a un atto del genere – il licenziamento a seguito di reiterate lettere di richiamo, per inadempienza rispetto alla clausola contrattuale che consente al datore di disporre un cambio di orario per cause di forza maggiore. Ma, al netto della cavillosità di una procedura del genere, fra contenziosi interminabili e uno strazio umano e professionale, vogliamo sperare non sia questo il mondo che hanno in mente coloro che sbandierano ogni giorno a reti unificate la loro “umanità”.

Resta la strada di tenere duro, per chi vuole e per chi può. E noi siamo pronti. Ma questo è un esempio emblematico del livello di consapevolezza – prossimo allo zero – con il quale si incide nella carne viva della parte produttiva del Paese. Quella che ogni giorno, faticosamente e silenziosamente, manda avanti l’economia reale. Quella che si priverebbe del pane prima di privarne un dipendente. Quella che ancora una volta si trova a pagare sulla propria pelle il peso di una crisi destinata a segnare in profondità il nostro tessuto sociale. Andrà tutto bene, forse. Ma sarà solo grazie all’Italia che lavora.

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