Nella ‘trasformazione’ della NATO c’è anche David Petraeus
25 Gennaio 2008
Uno scambio di cortesie per riavviare un dialogo
costruttivo. Questo sarebbe stato alla base dell’invito rivolto dalla Nato al
presidente russo Putin a presenziare al prossimo vertice dell’Alleanza a
Bucarest. Ma probabilmente a Mosca qualcuno lo ha mal interpretato o, peggio
ancora, ha voluto approfittarne per ritornare alle polemiche. E così il ministro
degli Esteri, Sergei Lavrov, ha accusato la Nato di voler rispolverare le
antiquate logiche della Guerra Fredda, proseguendo con la politica della “porta
aperta” verso nuovi potenziali membri e minacciando in questo modo le frontiere
russe. Volontariamente o no, il capo della diplomazia russa ha toccato il nervo
scoperto della più grande alleanza militare che il mondo abbia mai conosciuto,
ovvero il suo futuro in termini di forma ma, soprattutto, di sostanza. Perché
se la fine del modello bipolare ha permesso al blocco di paesi che condividono
i valori e gli obiettivi euroatlantici di allargarsi sempre di più, ha anche fatto
emergere la necessità di aggiornare le basi politiche e i meccanismi di
funzionamento dell’organizzazione.
Tenendo ben a
mente tali esigenze, i capi di Stato e di governo dei 26 paesi aderenti al
Patto Atlantico si riuniranno in aprile nella capitale romena per discutere il
da farsi. Il dibattito sarà tutt’altro che facile e non ne saranno scontati gli
esiti. Già da ora si profila una divisione interna sul tema della futura
espansione dell’Alleanza. Tre paesi dei Balcani occidentali – Croazia,
Macedonia e Albania – aspettano una decisione favorevole in merito al loro ingresso,
mentre l’Ucraina e la Georgia vogliono ricevere un segnale positivo per quanto
riguarda i loro tentativi d’intraprendere la strada dell’adesione. E’ vero che
tutti questi paesi appartengono a regioni geografiche strategicamente
importanti e che la NATO è consapevole di avere una chiara e precisa
responsabilità nei loro confronti, ma al tempo stesso alcuni membri dell’Alleanza,
fra cui Germania, Italia e Francia, non vogliono provocare eccessivamente la
Russia, pestandole i piedi nel suo ‘estero vicino’.
C’è poi un’altra
questione su cui saranno puntati i riflettori a Bucarest. Si tratta della
prospettiva di una ‘trasformazione’ dell’Alleanza Atlantica in chiave
strategica. Lo spunto è stato abilmente fornito nei giorni scorsi da una
lettera-manifesto, firmata da cinque fra i più autorevoli alti ufficiali e
strateghi che il mondo occidentale possa vantare, in cui viene posta con forza
l’esigenza di meglio adeguare la NATO all’attuale contesto internazionale. Lo
scenario è profondamente mutato rispetto all’epoca della Guerra Fredda, è
sempre meno prevedibile e sempre più caratterizzato dall’esistenza di minacce ‘asimmetriche’
e dal rafforzamento costante delle tristemente note ‘multinazionali’ del
terrore.
Queste minacce necessitano
di un nuovo approccio e di risposte innovative da adottare mettendo a
disposizione tutte le forze disponibili. Così, il generale americano John
Shalikashvili (già capo di Stato maggiore Usa e del
Comando Supremo Alleato in Europa – SACEUR), insieme ai suoi colleghi di Germania, Olanda, Gran Bretagna e Francia,
ha parlato chiaramente di un ‘direttorio’ formato da NATO e UE che dovrà essere
il risultato della riscrittura degli accordi esistenti tra Stati Uniti e paesi europei.
Una nuova ‘grande strategia’, quindi, per affrontare le sfide crescenti di un
mondo che non accenna a diventare meno violento. La proliferazione delle armi
nucleari è forse la fonte d’instabilità più preoccupante e per farvi fronte non
si deve escludere nessuna opzione, compresa, ove necessario, quella del ricorso
preventivo all’uso della forza anche nucleare. Il manifesto non esita a
chiamare le cose con il loro nome e individua nella soluzione del ‘colpire per
primi’ (la cosiddetta first strike
nuclear option) uno strumento indispensabile quanto efficiente per poter
bloccare e/o prevenire la corsa e la conseguente diffusione di testate nucleari
nel mondo.
Affermazioni di
questo tipo non devono allarmare. Esse sono fondate su basi fortemente
razionali. Dato che, spiegano i cinque firmatari, il rischio di una nuova
proliferazione è imminente e che non è possibile escludere lo scoppio di
conflitti nucleari seppur solo su scala ridotta, l’uso preventivo di armi
strategiche non convenzionali deve rimanere come last option per scongiurare
una guerra su vasta scala dagli esiti disastrosi.
L’appello giunge
con tempismo perfetto, dando la scossa necessaria affinché l’Alleanza porti a
termine la sua opera di ‘trasformazione’. La situazione attuale non è particolarmente
felice: gli USA sono impegnati nella gestione difficilissima della
stabilizzazione dell’Iraq e la NATO ha raggiunto già da tempo i limiti della propria
capacità operativa, avendo schierati 40 mila soldati in Afghanistan e 17 mila
in Kosovo. Tutti sanno quanto importanti siano queste due missioni per la sicurezza
occidentale, ma pochi sono a conoscenza del fatto che l’Alleanza sta avendo
seri problemi dal punto di vista delle risorse, sia umane che finanziarie. Il
segretario generale, Jaap De Hoop Scheffer, ha più volte richiesto ai paesi
membri di aumentare le truppe in Afghanistan. Non tutti hanno risposto
all’appello e questo ha esacerbato i toni, portando recentemente il segretario
alla Difesa americano, Robert Gates, a parlare esplicitamente di colpe di
alcuni alleati per i mancati risultati. Oltretutto, la reticenza di alcune
capitali europee a garantire un maggiore impegno, ha compromesso l’ambizioso
progetto di assemblare una forza di risposta rapida composta da 25 mila unità dislocabile
in teatro nell’arco di pochi giorni.
Non serve essere
usciti dall’accademia di West Point per comprendere come la questione del
Kosovo, con le annesse garanzie per la stabilità della regione, come anche la
vittoria finale in Afghanistan sono due punti cruciali per la nostra sicurezza.
Ecco perché si fa sempre più insistentemente il nome del generale David
Petraeus – colui che ha migliorato notevolmente la situazione in Iraq – come futuro
comandante della NATO. Gli USA e l’Europa sanno che è meglio evitare azioni
unilaterali per motivi di legittimità internazionale, ma anche per una più
efficiente suddivisione delle reciproche responsabilità. E’ arrivato il momento
di agire, soprattutto adesso che la Francia intende rivalutare la sua
partecipazione all’Alleanza Atlantica con un maggior coinvolgimento sia
politico che militare.
