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Tea Party - Cronache del mondo conservatore

Nelle Forze Armate si celebrano ‘nozze’ gay e le Chiese stanno in silenzio

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Ricordate il famoso “Don’t ask, don’t tell”? Ovvero quell’idea tutta di buon senso epperò progressistissimamente clintoniana per cui dal 1993 negli Stati Uniti si è cercato di regolare, nella pratica e al meglio, una situazione che sennò avrebbe anche potuto diventar grave, e cioè che se sei omosessuale e fai il militare, magari pure di carriera, ti tieni questa cosa per te, proprio come non dici cosa pensi, se sei etero, delle soldatesse tue colleghe o non riveli ai quattro venti, come fosse un codice identificativo imprescindibile, quella tua viscerale avversione per il gelato al pistacchio? Ricordate che poi, da quando è stato eletto, Barack Hussein Obama ci ha dato e ci ha fatto per ribaltare tutto e commettere un grave torto d’ingiustizia in mero nome di un principio puramente ideologico facendo sì che i gay venissero allo scoperto e così si trasformassero da persone normali che erano in soggetti diversi, classificabili in base ai loro gusti sessuali come invece non avviene con tutti noi che gay non siamo?

Ebbene, come effetto di questa rivoluzione obamiana a fine settembre è stato celebrato il primo “matrimonio” omosessuale nelle forze armate statunitensi. Ma il fatto più grave dell’intera faccenda è che su questa questione le Chiese cristiane se ne sono state zitte, troppo. Certo, lo hanno fatto per paura di essere giudicate, per tema di venire travolte dalle contumelie di chi ne avrebbe ovviamente contestato clero e fedeli al (solito) grido di “oscurantisti” (oppure: “Zitti voi, ché i vostri preti…”), ma comunque lo hanno fatto, e la cosa è grave.

Chi lo afferma ora è il general di corpo d’armata William G. "Jerry" Boykin che di recente lo ha detto in pubblico, facendosi carico delle lamentele dell’intero mondo pro-family e dei suoi leader accreditati e attivi a Washington che si sentono frustrati, penalizzati e abbandonati proprio da quei pastori che invece dovrebbero sostenerne per primi le battaglie. Anche perché loro, i leader pro-family, combattendo cose come la rivoluzione nel “Don’t ask, don’t tell” voluta e compiuta dall’Amministrazione Obama, sostengono proprio quei “princìpi non negoziabili” che proprio le Chiese sono tenute per prime a difendere. Nessuno invece, dice Boykin, ha mosso un dito contro quell’assurdità, eccettuato Tony Perkins, presidente del Family Reaearch Council di Washington e lui stesso ex marine, e il senatore, nonché veterano di guerra, John McCain. Boykin sottolinea di proposito lo stupore mostrato da quest’ultimo davanti al silenzio delle Chiese giacché che McCain non sia proprio un assiduo frequentatore di edifici di culto è cosa risaputa. Che dunque sia lui uno di coloro che più e in vece di altri chiedono dove siano finite le Chiese nella battaglia contro l’ideologia omosessualista nelle forze armate e la discriminazione dei gay che ne consegue (nonostante quanto dicono i liberal) è un vero paradosso. Come tutti i paradossi serve a comprendere le situazioni, ma genera altresì scandalo.

Oltre a Perkins e McCain, Boykin ricorda l’impegno dei cappellani militari, quello della Santa Sede (ma nel lontano 1992), epperò non quello della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, peraltro di recente assai energica contro Obama proprio sul tema dell’omosessualità.

Boykin è stato nelle Forze Speciali, era comandante di missione in quella battaglia avvenuta in Somalia che viene descritta nel film di Ridley Scott Black Hawk Down ed è l’uomo nelle cui mani si è arreso, nel 1989, il despota di Panama Manuela Noriega. Già vicesottosegretario alla Difesa per l’intelligence, non ha peli sulla lingua. Lui il silenzio delle Chiese se lo spiega con la totale perdita di autorevolezza morale che le Chiese hanno totalizzato in tempi recenti. Accondiscendenti, dialoganti e persino pavide, le Chiese, sostiene Boykin, hanno disimparato a fare il proprio mestiere e così – evangelicamente – non sono più il sale che dà sapore celeste alle cose di questo mondo.

Aggiunge Boykin – delicato come il KA-BAR, il mitico coltello in dotazione ai marine americani –che così facendo però gli Stati Uniti – come l’Europa «fondati sui princìpi del giudeo-cristianesimo» – andranno finire male. E cioè finiranno esattamente come il Vecchio Continente, oramai «disperatamente perduto». E lo ribadisce nello stile che gli è proprio: «Ehi gente, questo potrebbe accadere anche agli Stati Uniti se continueremo a dormire, se le Chiese non si svegliano. Le Chiese debbono tornare agli elementi fondamentali […] del Vangelo di Gesù Cristo». Ovvero: «Dobbiamo smettere di far compromessi con il Vangelo di Cristo solo perché […] abbiamo paura che qualcuno si offenda. Lasciate che vi dica una cosa: quando il Vangelo di Gesù Cristo offende la gente, quello è esattamente il momento in cui la gente deve ascoltarlo il Vangelo».

Suona John Wayne, certo. Ma sapete quanti sono, e votanti, i John Wayne degli Stati Uniti?

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.

 

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