Nelle proteste sui roghi del Corano c’è un pizzico di mala ‘fede’

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Nelle proteste sui roghi del Corano c’è un pizzico di mala ‘fede’

23 Febbraio 2012

Violentissime dimostrazioni di protesta si sono avute in alcune città afghane a seguito del rogo (accidentale?) di alcune copie del Corano nella base aerea di Bagram lo scorso 20 Febbraio. Le proteste si sono manifestate con maggior virulenza negli ultimi due giorni a Jalalabad dove una persona è rimasta uccisa e sei sono stati i feriti negli scontri con la polizia afghana. I rivoltosi hanno anche tentato di irrompere nella base NATO locale, appiccando il fuoco a sei cisterne di carburante nel parcheggio antistante.

A Kabul, invece, il fitto lancio di pietre sull’esercito afghano è stato accompagnato dai soliti slogan anti-americani e da blocchi stradali per impedire l’accesso alla strada principale della città. Il bilancio della giornata di ieri è stato di 22 feriti (10 tra i dimostranti e 12 tra le forze di sicurezza). L’ambasciata statunitense è stata chiusa. Tutti i collegamenti aeroportuali sono stati sospesi.

Il Comandante Generale dell’ISAF, il generale statunitense John  Allen si è subito speso per tentare di evitare fraintendimenti di ogni genere, inviando un video messaggio alle radio e alle televisioni locali in cui ha ribadito la natura non intenzionale dell’episodio, impartendo altresì l’ordine ad ogni soldato della coalizione di completare, entro i prossimi 6 giorni, il training riguardante la corretta gestione dei materiali religiosi in loro possesso. Anche il Presidente afghano Karzai ha subito condannato l’accaduto, annunciando allo stesso tempo un’indagine per accertarne le circostanze. Ma come già ampiamente descritto in precedenza, ciò non ha impedito lo scatenarsi di rivolte anche molto violente.

Tuttavia, la dinamica degli avvenimenti non appare ancora del tutto chiara. In base alla testimo-nianza di alcuni lavoratori afghani della base aerea di Bagram, intorno alle 11 di Lunedì mattina un’ autoribaltabile scortata da un veicolo militare entra nella discarica della base stessa. Due membri del personale NATO, un uomo e una donna, cominciano lo scarico di taluni oggetti dal retro del mezzo gettando in un secondo momento quanto fosse a loro disposizione nella fossa per l’incenerimento. Non è chiaro se si trattasse di civili o di militari.

I testimoni riferiscono di una situazione normale, come se tutto rientrasse nell’ordinario più assoluto, aggiungendo tra l’altro: “Quando li abbiamo visti bruciare i libri, li abbiamo rincorsi per capire cosa stessero facendo. Li abbiamo attaccati, provando a fermarli. Solo allora abbiamo capito che si trattava del Corano, li abbiamo attaccati e tentato di fermarli”.

Tuttavia, i libri sacri per i musulmani terminati nella discarica della base di Bagram altro non sarebbero stati che testi ritrovati nella libreria del centro carcerario di Parwan, all’interno del quale fortissima è la presenza di rivoltosi, potenziali e non. Mezzo principale di comunicazione, neanche a dirlo, proprio i testi sacri a loro disposizione.

Vecchia storia quella dei roghi coranici. Storia a cui nessuno può considerarsi assolto. Neppure il mondo islamico. Della vicenda afghana abbiamo parlato con Carlo Panella, autore e profondo conoscitore delle dinamiche politico-religiose interne all’islam. Proprio sulla simbologia coranica, lo scorso anno, Rubettino ha pubblicato un saggio di Panella dal titolo “ Fuoco al Corano in nome di Allah. 

L’inquisizione islamica contro la stampa”. Nel suo saggio il giornalista racconta tra l’altro, la storia di Alessandro Paganini, erede di una dinastia di tipografi. Paganini sbarca a Istanbul: è l’autunno del 1538. Con sé porta la prima edizione a stampa del Corano. Condannato a morte, anche se grazie all’intercessione delle autorità della Serenissima, Paganini subirà ‘soltanto’ l’amputazione della mano. Il testo sacro, invece, verrà bruciato.

A Panella chiediamo una battuta su quello che sta accadendo in Afghanistan e ci dice che “la questione dei roghi del Corano, indipendentemente dalle circostanze in cui questi vengono a manifestarsi, viene utilizzata dalle frange più estremiste e radicali afghane, a mo di vero e proprio topos, strumentale alla prosecuzione della guerra santa contro gli Stati Uniti D’America”.

Nel frattempo, a Kabul una ventina di deputati del parlamento afghano (tra cui Absul Sattar Khawisi) hanno invocato la “resistenza”contro gli invasori americani, definendo altresì la jihad un vero e proprio obbligo. Insomma, a distanza di quasi cinque secoli dal tipografo Paganini, chi ‘tocca’ il Corano rischia ancora di lasciarci le penne.