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Damasco torna a Beirut (per restarci)

Nell’intrigo diplomatico siriano si riapre uno spiraglio per la pace con Israele

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Dovrebbe iniziare la prossima settimana, il 2 settembre, il nuovo round di negoziati tra israeliani e palestinesi ed ancora una volta gli occhi del mondo sono puntati sul Medio Oriente. Ma in realtà la diplomazia di Israele si muove, come sempre, su diversi fronti. Uno di questi, da tenere d’occhio con grande attenzione, è il fronte siriano. Non sono sfuggite al governo di Gerusalemme le recenti mosse del Presidente Bashar Assad, e le aperture verso nuovi possibili negoziati di pace. La recente visita del re saudita Abdullah e di Assad stesso in Libano ha di fatto ristabilito l’influenza di Damasco a Beirut con l’assenso di Riyadh. Un segnale importante che dovrebbe contribuire per il momento a contenere l’attivismo di Hezbollah, ormai sempre più inserita nei gangli vitali non solo del governo centrale ma anche delle Lebanese Armed Forces (LAF), tanto che la Casa Bianca ha recentemente deciso di bloccare gli aiuti stanziati in loro favore.

In un recente articolo comparso sul Jerusalem Post, Alon Ben-Meir, professore di relazioni internazionali al Center for Global Affairs della New York University, ha sottolineato come “la mossa di sauditi e siriani offre ad Israele un’opportunità di riesumare i negoziati di pace con Damasco e di migliorare notevolmente l’atmosfera politica generale nella regione”. Insomma, un’occasione da non perdere, perché un’intesa del genere potrebbe portare vantaggi ad entrambi i paesi. Per Israele un accordo di pace non solo consentirebbe di chiudere uno dei tanti dossier aperti (dimostrando che Gerusalemme è ancora in grado di trovare accordi con chi si dimostri ragionevole), ma avrebbe importanti implicazioni anche nell’ottica di un possibile conflitto con l’Iran. Un accordo di pace tra Siria ed Israele indebolirebbe infatti la “santa alleanza” costruita dall’Iran ridimensionando la minaccia di Hezbollah e Hamas. Per Assad, invece, il raggiungimento di un accordo, che si concluderebbe con la restituzione delle alture del Golan, sarebbe una vittoria mediatica importantissima; non a caso lui stesso in diverse occasioni ha definito tale risultato “strategico” per la Siria. Un successo del genere gli consentirebbe di rafforzarsi non solo internamente (la maggioranza sunnita guarda sempre con sospetto il governo alawita, che ricambia tale diffidenza), ma anche a livello regionale.

D’altra parte in Medio Oriente un paese che non è ricco di petrolio  ed ha un’economia asfittica non può che cercare di trarre forza dalla propria posizione strategica e dal risiko delle alleanze. Non può permettersi, in sostanza, di rimanere fermo, altrimenti rischia di cristallizzarsi ed indebolirsi. Non a caso, all’indomani della crisi tra Turchia ed Israele a seguito dell’incidente della Freedom Flottilla, è stata proprio Damasco a proporsi come mediatore, in parte per ricambiare il “favore” fatto da Ankara che aveva mediato nei precedenti colloqui tra Israele e Siria (interrotti dalla Siria a seguito dell’avvio dell’operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008), in parte per cercare di ritagliarsi un ruolo nell’attuale situazione “fluida” del Medio Oriente, che rischiava di tagliarla fuori dai tavoli che contano.

Naturalmente ciò non significa che l’alleanza tra Siria ed Iran, che dura ormai da più di trent’anni, stia sul punto di spezzarsi. E’ molto probabile che Damasco continui a tenere il piede in due scarpe, come ha sempre fatto: da un lato, Iran, Hezbollah ed Hamas, dall’altro Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti. Nulla di nuovo, insomma, sulle orme del vecchio Hafez Assad, padre dell’attuale presidente. Un’arte, quella dell’ambiguità, che a Damasco sanno praticare molto bene, non a caso all’indomani dell’incidente tra l’IDF, l’esercito israeliano, e le LAF dello scorso agosto il Presidente Assad ha incontrato il ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, nel porto siriano di Latakia per concordare una linea comune e per discutere della situazione nella regione. Colloqui seguiti a quelli analoghi tra l’inviato di Teheran e la sua controparte libanese, Ali al-Shami. Insomma i rapporti del fronte anti israeliano non danno segni di cedimento, ma ciò non vuol dire che Gerusalemme e Damasco non riescano ugualmente a trovare un accordo vantaggioso per tutti. Per il momento la strada dei negoziati, apertasi e chiudasi ormai tantissime volte nel corso degli anni, è ancora tutta in salita. Ma mentre con un occhio guardiamo ai negoziati di Gerusalemme con i palestinesi, non dimentichiamoci che in Medio Oriente i tavoli su cui si lavora sono molti, ed a volte le sorprese arrivano proprio da quelli che non sono illuminati dalla luce dei riflettori.

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