Nell’Iraq delle chiese in ostaggio continua la pulizia etnica di cristiani
01 Novembre 2010
L’attacco terrorista contro una Chiesa cristiana in Iraq, che ha fatto 37 morti tra cui una bambina, è solo l’ultimo atto della pulizia etnica che l’islamismo sta compiendo in Medio Oriente contro le minoranze religiose. I dati forniti nei giorni scorsi dal quotidiano inglese Indipendent sono drammatici: è in atto un esodo di cristiani dai Paesi del mondo arabo e musulmano, dal Libano, dall’Egitto (dove a farne le spese sono i copti), dall’Iraq e dalla Palestina. All’inizio del secolo scorso i cristiani erano circa il 22 per cento degli abitanti del Medio Oriente. Oggi sono il 6 per cento.
Nel caso dell’attacco di ieri andrebbe verificato che tipo di operazione hanno condotto le forze della sicurezza irachena, pare coordinate dagli americani. I terroristi si erano rinchiusi in una chiesa prendendo in ostaggio due sacerdoti e decine di fedeli. Quando la polizia ha fatto irruzione è stata una mattanza, in barba alle speranze espresse dalla Santa Sede per voce di Padre Lombardi. Il vicario di Baghdad, il caldeo Warduni, ha chiesto di pregare anche per le anime dei terroristi, ma in realtà il dialogo interreligioso in Medio Oriente funziona secondo regole molto diverse da quelle che abbiamo recentemente ascoltato a Perugia, dove si è appena conclusa la "Giornata per il dialogo fra Islam e Cristianesimo" inaugurata dopo l’11 Settembre.
La sigla a cui appartenevano gli attentatori, "Stato Islamico dell’Iraq", è una organizzazione ombrello collegata ad Al Qaeda e che raccoglie una serie di gruppi insorgenti e fondamentalisti sunniti, da sempre ostili agli americani, al nuovo governo iracheno e ai simboli del cristianesimo in Medio Oriente. Il governo iracheno ha dovuto combattere questi gruppi che, in certi casi, anche se per poco tempo, sono riusciti a prendere il controllo di intere aree urbane, imponendo ai cristiani di pagare la jizya, la tassa per chi non si converte all’islam.
Il ministro degli esteri italiano Frattini ieri aveva risposto positivamente all’invito di Marco Pannella di recarsi a Baghdad per evitare la pena di morte a Tarik Aziz, il braccio destro di Saddam Hussein. Aziz, cristiano caldeo, è stata una delle figure provenienti dalle minoranze religiose che hanno scalato il potere nel vecchio regime. Ma due guerre, la violenta islamizzazione dell’Iraq, gli assassini e le persecuzioni su larga scala, dimostrano che oggi non c’è più spazio per la comunità cristiana nel Paese. Uno scenario che dovrebbe spingere il nostro ed altri governi occidentali ad aumentare la pressione su quello iracheno per garantire maggiore sicurezza ai cristiani e battere sul tasto della libertà di credo.
