Nello Yemen si combatte la guerra mondiale islamica tra sunniti e sciiti

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Nello Yemen si combatte la guerra mondiale islamica tra sunniti e sciiti

11 Novembre 2009

Uno dei cliché più duraturi degli ultimi nove anni può essere riassunto grosso modo così: tutto ciò che sta accadendo nel mondo arabo e musulmano è il frutto dell’imperialismo occidentale e del grilletto facile americano. Da una parte l’imperialismo occidentale, dall’altra quello arabo e musulmano, due mondi che si contendono la Storia da un millennio. Si tratta di una visione essenzialistica che non corrisponde pienamente alla realtà. Prima di esserci uno scontro tra le civiltà c’è uno scontro nelle  civiltà. Quello che sta avvenendo in questi giorni nello Yemen, il piccolo stato del Golfo Persico squassato da scontri etnici, contese religiose, questioni territoriali, pressioni geopolitiche, terrorismo, lo dimostra chiaramente.

Nel 2001 gli Usa e i loro alleati occidentali sono intervenuti direttamente in un conflitto che andava avanti da molto più tempo, una guerra mondiale islamica che si combatte su fronti diversi. Una guerra religiosa tra il potere sciita e quello sunnita, in cui l’Arabia Saudita – dopo decenni di silente predominio ed influenza nella regione, grazie all’incondizionato appoggio degli Usa – si trova a fare i conti con l’aggressivo espansionismo di Teheran, e l’Iran, dopo la rivoluzione khomeinista, si presenta agli occhi della grande comunità islamica globale come un modello forte e attraente. 

E’ anche un conflitto che si combatte all’interno dei rispettivi Paesi: il 65 per cento degli iracheni è sciita (come la loro massima guida spirituale), e oggi l’Iraq è guidato da forze politiche che appertengono a questa denominazione religiosa. Ci sono forti comunità sciite nei Paesi del Golfo (Kuwait, Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre all’Arabia Saudita), e i ribelli nello Yemen settentrionale sconfinano in territorio saudita per innervosire la grande monarchia sunnita, spingendola ad intervenire (nei giorni scorsi Riad ha fatto bombardare le postazioni nemiche). Il ministro degli esteri iraniano Mottaki è subito intervenuto per dire che le potenze regionali non devono interferire nelle questioni nazionali dello Yemen, e che Teheran farà il possibile per “riportare la pace nella regione”. Una promessa che messa in bocca al regime iraniano sembra proprio un allarme.

Se lo Yemen settentrionale è terra d’irredentismo sciita, quello meridionale è una roccaforte storica dell’internazionae jihadista, degli uomini di Al Qaeda e del fondamentalismo armato wahhabita. In una registrazione audio diffusa su alcuni siti islamisti, Mohamed bin Abdul Rahman al-Rashid, uno dei supericercati dalle forze di sicurezza saudite, dice: “l’Iran sciita pone una minaccia estrema ai sunniti dello Yemen e dell’Arabia Saudita, un pericolo maggiore di quello portato dai Crociati e dagli Ebrei”, incitando la popolazione a ribellarsi.  

La guerra mondiale islamica si combatte quindi a tutti i livelli: fra potenze-guida dei rispettivi blocchi (l’Iran nucleare che spingerà l’Arabia Saudita a una rincorsa atomica dagli esiti imprevedibili); paesi che si affrontano in teatri locali differenziati (lo Yemen), appoggiati dalle rispettive fazioni, in modo tradizionale (come fa l’Iran appoggiando l’Hezbollah libanese), ma anche secondo schemi più inconsueti (sempre l’Iran con i sunniti di Hamas). Poteri che possono unirsi in modo contingente per contrastare gli americani e le potenze occidentali (l’Iran che ora favorisce, ora perseguita, i Talebani).

E’ uno scontro fra grandi denominazioni religiose interne alla fede musulmana (il “revival sciita”, la proliferazione del wahabismo salafita, i Talebani piuttosto che i Fratelli musulmani), ma anche una guerra condotta all’interno di Paesi certamente autoritari e poco democratici (l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Pakistan) contro quelle forze che mirano a rovesciare il potere costituito, in nome di una interpretazione letterale del Corano. I governi arabi e islamici che dicono di essere alleati dell’Occidente nella lotta al terrorismo, vengono accusati dagli estremisti di essere corrotti, incapaci di difendere l’identità araba dall’espansionismo occidentale (come da quello persiano… Al Qaeda punta a rovesciare i Saud ma anche a destabilizzare l’Iran).

In questo lacerante scontro geopolitico e religioso c’è spazio anche per un ulteriore dimensione conflittuale, forse la più appariscente agli occhi degli osservatori occidentale, che è anche la ragione che ha spinto l’America a impegnarsi in due guerre e in un ambizioso progetto di riforma del mondo islamico. Un progetto che agli occhi di molti appare irrealizzabile, e con cui ben presto anche Obama dovrà fare i conti se non vuole che l’Afghanistan diventi il suo chiodo fisso. Quella dimensione è la lotta per la libertà. Le guerre nell’Islam sono tante ma la principale, quella in cui l’America e altri Paesi occidentali si sono impegnati  con i loro alleati nel mondo arabo e musulmano, è lo scontro tra chi vuole essere libero e chi invece pensa di imporre il Corano come la sola dimensione politica e vitale. Per adesso, gli Usa hanno assicurato protezione al legittimo governo yemenita.