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Nervi tesi tra la Russia e l’Occidente

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Dopo il G8 del 6 giugno la storia del difficile rapporto tra l’Occidente e la Russia di Putin si è arricchita di un nuovo capitolo. Da mesi la Mosca lamenta un “accerchiamento” da parte americana, che a partire dal possibile ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato fino al progetto dello scudo antimissile in Europa orientale minaccia la sicurezza russa, e soprattutto l’equilibrio strategico nello scacchiere eurasiatico. Alla vigilia del vertice, Putin si era spinto fino a minacciare di porre nuovamente nel mirino delle testate nucleari russe le istallazioni militari europee se il progetto americano fosse andato avanti.

Il sistema radar che gli Stati Uniti vogliono schierare nella Repubblica Ceca, insieme alla decina di missili intercettori previsti in Polonia, di per sé non costituirebbe una minaccia per le migliaia di testate nucleari russe. Tuttavia, secondo Mosca esso può essere sviluppato in modo da tracciare tutto il territorio russo fino agli Urali, e se messo in rete con il dispositivo militare americano, dalle flotte nel Baltico e nel Mediterraneo alle nuove basi in Bulgaria e Romania, potrebbe dare agli Stati Uniti la possibilità di colpire simultaneamente le istallazioni nucleari sovietiche togliendo a Mosca la possibilità di una rappresaglia simmetrica. Ciò farebbe venire meno l’equilibrio della deterrenza che ha retto la relazione militare tra le due potenze negli ultimi sessanta anni, ponendo gli Stati Uniti in una posizione di superiorità.

Aldilà della fondatezza di tale preoccupazione, è evidente che il dispositivo antimissile statunitense risponde, oltre ad una strategia di difesa a lungo termine dalla minaccia nucleare iraniana, ad una politica di consolidamento dell’Alleanza Atlantica con i paesi della “Nuova Europa” che si scontra con l’opposta politica di Putin mirante a ristabilire l’influenza di Mosca sui suoi vicini, dall’est europeo all’Asia centrale. Il risultato del conflitto tra tali strategie di fondo, come rileva l’Economist del 19 maggio, è che “le relazioni tra Russia e Occidente sono tornate gelide come ai tempi dell’Urss. Mosca si sente minacciata dal sistema antimissilistico americano e trattata con un “doppio standard” sui diritti umani. L’Occidente trova aggressiva la politica estera di Putin, giudica sempre più autoritario il suo comportamento ed è allarmato dal crescente controllo del Cremlino sulle risorse energetiche”.

Il G8 si è aperto in questo clima teso, ma Putin dimostrando di nuovo la sua abilità diplomatica ha offerto un ramoscello di ulivo che ha spiazzato l’amministrazione americana. Il presidente russo ha infatti proposto a Bush di costruire insieme il sistema radar dello scudo antimissile in una istallazione militare russa in Azerbaigian, argomentando che se lo scudo è rivolto solo verso il Medio Oriente non c’è motivo di non farlo nell’area di influenza di Mosca. Tecnicamente la proposta sarebbe anche realizzabile, con un costoso upgrading dell’infrastruttura d’epoca sovietica, ma presenta numerosi problemi a partire dal fatto che l’Azerbaigian è un paese musulmano sciita e la sua stabilità interna potrebbe risentire dell’istallazione di un sistema antimissilistico rivolto contro l’Iran.

Gli Stati Uniti hanno preso tempo e il 12 giugno hanno portato la questione al vertice Nato di Bruxelles, ripresentando la questione su un piano multilaterale dopo che l’avvio di una trattativa bilaterale con Repubblica Ceca e Polonia aveva provocato il malumore di altri paesi europei. In sede di Consiglio Atlantico nessun governo si è opposto al progetto americano, e sebbene non vi sia stata una sua approvazione formale si è deciso all’unanimità di dare mandato alle strutture tecnico-militari della Nato di valutare l’integrabilità del futuro scudo contro i missili a lunga gittata con i programmi di difesa dell’Alleanza Atlantica dai missili a breve gittata. Si profila dunque un sistema integrato a più strati, che permetterebbe una difesa completa di tutti gli stati membri dell’Alleanza da diversi tipi di minacce missilistiche. Raggiunto tale accordo, secondo quando riportato dall’International Herald Tribune del 15 giugno, “i funzionari americani hanno sostenuto che il radar in Azerbaigian costituisce un sistema di “early warning” che può essere complementare ma non sostituire quello progettato nella Repubblica Ceca”.

Il Cremlino non si è però dato per vinto di fronte al fallimento del suo tentativo di dividere gli alleati europei dagli Stati Uniti per fermare lo scudo missilistico, ed ha proseguito la politica di confronto serrato con l’Occidente, già sperimentata sul fronte energetico, anche sul piano della sicurezza. Su questo versante il Consiglio Nato-Russia discute da mesi l’aggiornamento del Trattato sulle forze convenzionali, che dal 1990 garantisce una limitata presenza di truppe e armamenti sul confine russo-europeo. Il trattato è stato modificato nel 1999, ma tutti i paesi della Nato si rifiutano di ratificarlo finché Mosca non ritirerà le sue truppe presenti illegalmente nei territori di Georgia e Moldova, a sostegno dei movimenti separatisti filo-russi di Ossezia e Transnistria.

Considerata la minaccia di Mosca di sospendere l’applicazione dell’accordo in caso di realizzazione dello scudo antimissile americano (per ristabilire, a suo dire, un effettivo equilibrio dei rapporti di forza), la Nato ha acconsentito ad un maggiore dispiegamento di truppe russe ai confini di regioni particolarmente instabili come il Caucaso, continuando comunque a chiedere il ritiro da Georgia e Moldova. Tuttavia, l’offerta non è bastata al capo della delegazione russa Anatoly Antonov, delfino di Putin, che da parte sua, secondo l’International Herald Tribune del 17 giugno, ha minacciato nuovamente una moratoria del trattato perchè “ormai privo di senso”. Tale moratoria comporterebbe anche la chiusura delle istallazioni militari russe all’ingresso degli ispettori del Consiglio Nato-Russia, e quindi la completa libertà di Mosca di ammassare truppe e armamenti al confine di stati verso i quali intende esercitare una pressione politica, come ad esempio Ucraina, Moldova e Georgia. Il Cremlino si oppone anche alla proposta Nato di inviare una forza internazionale di pace in Transnistria, e accusa gli Stati Uniti di infrangere le regole del trattato con la costruzione di basi militari in Romania e Bulgaria.

E’ ormai evidente come Mosca conduca un confronto a tutto campo con l’Occidente, nel quale i diversi fronti - forniture energetiche, sistema antimissile, Trattato sulle forze convenzionali, assetto del Kosovo - sono strettamente interconnessi. L’obiettivo strategico della leadership russa, e non solo di Putin, è il ristabilimento dell’influenza di Mosca sulle repubbliche ex sovietiche ed in generale sui suoi vicini. In un’ottica tanto idealista quanto realista, come sostenuto in un editoriale del Washington Post, “l’Occidente non può permettersi di rispondere all’offensiva russa con l’appeasement, e deve mettere in chiaro a Putin che la repressione all’interno ed una politica in stile sovietico all’estero non renderà la Russia più forte nel mondo”. In altri termini, l’Occidente dovrebbe rispondere con un approccio altrettanto globale a quello russo, dosando concessioni e chiusure per perseguire il duplice obiettivo di difendere la posizione filo-occidentale dei nuovi membri di Ue e Nato dal Baltico ai Balcani, e contrastare le pressioni russe nei paesi in bilico tra i due campi come Ucraina, Georgia e Moldova. Sembra strano a dirsi, ma a sessant’anni di distanza torna attuale l’insegnamento del “lungo telegramma” di Kennan, che all’inizio della Guerra Fredda teorizzava il “containment” dell’espansione di Mosca in attesa che le forze liberali all’interno della società russa - da sostenere - ponessero un freno all’aggressività del Cremlino.

Anche stavolta, per Europa e Stati Uniti, non sarà una cosa facile né breve.

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