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«Nessun problema»

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Diceva Fassino il 20 gennaio: «Siamo contrarissimi allo slittamento di 15 giorni dello scioglimento delle Camere. Lo scopo è ritardare l'avvio della par condicio quindi è inaccettabile”.
Rincarava ancora D'Alema: «C'e' un limite oltre il quale la sistematica violazione delle regole e delle consuetudini diventa arbitrio e io penso che non ci sia alcun motivo per prolungare il lavoro delle Camere”.
Sbandava del tutto Violante (22 gennaio): «Berlusconi vuole un'altra settimana di legislatura: dopo cinque anni di governo, quali altre porcherie vuole combinare in questa settimana? Non era mai successo che si prorogasse la durata della legislatura, a parte un caso negli anni '60 quando il decreto di convocazione delle elezioni slittò di 3-4 giorni rispetto allo scioglimento delle Camere. Ma addirittura una settimana non è mai accaduto”.

Dice oggi Fassino: «Se il Parlamento deve restare aperto per altri 15 giorni per noi non c'è nessun problema. Lo abbiamo sempre detto che la cosa importante è mantenere la data del 9 aprile per le lezioni”.

Questa rapida marcia indietro del segretario del Ds non ci serve per metterlo in imbarazzo ma è utile per chiarire il livello di assurdità e di manipolazione che il dibattito sui tempi di scioglimento delle Camere ha raggiunto nei giorni passati.

Vediamo dunque cosa è successo nel mondo reale: al fine di gestire al meglio l'ingorgo istituzionale dovuto alla coincidenza degli ultimi sei mesi di legislatura, con gli ultimi sei mesi di mandato del Presidente della Repubblica in carica, e dunque di garantire che sia il Parlamento appena eletto ad esprimere il prossimo Presidente della Repubblica, l'attuale maggioranza ha acconsentito allo scioglimento anticipato delle Camere. Si è trattato dunque di una scelta tutta in capo all'attuale governo, presa per ragioni di cortesia istituzionale.
L'accordo infatti presuppone - dato del tutto trascurato nel dibattito - le dimissioni spontanee del Governo in carica, premessa indispensabile (anche perché unica alternativa alla sfiducia del Parlamento) per lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica.
Il governo Berlusconi è stato dunque accusato di tramare qualcosa di molto vicino ad un colpo di Stato solo perché queste dimissioni spontanee ha ritenuto di doverle dare con due settimane di ritardo rispetto al previsto. In realtà dunque la questione posta dal governo all'attenzione del Quirinale non era neppure lontanamente - come dice Violante - quella di un prolungamento della legislatura, la quale termina come è noto il 29 maggio 2006, ma della chiusura della stessa con un anticipo un poco minore.

Questa situazione è così evidente che non poteva non essere chiara a tutti fin dall'inzio. Solo che si è voluta agitarla come uno spauracchio contro il governo per il timore che anche la data delle elezioni venisse ritardata (cosa peraltro legittima fino all'ultimo giorno della legislatura ). Ora che quella eventualità appare messa fuori gioco, il centrosinistra prende il rinvio di 15 giorni per lo scioglimento delle Camere, finalmente per quello che è: «nessun problema».

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