Netanyahu è pronto a negoziare ma non a svendere Gerusalemme

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Netanyahu è pronto a negoziare ma non a svendere Gerusalemme

22 Marzo 2010

Dopo averci spiegato che Al Qaeda è stata sconfitta, Fareed Zakaria c’informa che il premier israeliano Netanyahu ha scatenato un grande "baccano" con il governo americano. In un editoriale apparso ieri su Newsweek, il direttore della rivista ha scritto che "Bibi" denuncia al mondo il pericolo di un Iran atomico ma poi fa di tutto per mandare in bestia il suo alleato tradizionale.

Oggi Netanyahu è a Washington, dove incontra lo stato maggiore americano, il presidente Obama e il vice Biden "offeso" una settimana fa dal ministro degli interni israeliano con l’annuncio delle nuove unità abitative che saranno costruite a Gerusalemme Est (“I media israeliani hanno annunciato che potrebbero essere 50.000”, chiosa Zakaria). Ci sarà anche il segretario di stato Clinton che ieri sera, parlando all’AIPAC, la potente lobby degli ebreo-americani, ha strappato qualche applauso mettendo in riga Teheran (ma quand’è apparsa un’immagine di Bush giù applausi a scroscio). La Clinton è tornata anche sulla questione palestinese, ribadendo che l’unica soluzione possibile è quella dei due stati per i due popoli e che Israele deve prepararsi a fare altre dolorose concessioni. Nel frattempo, un network pacifista si faceva beffe dell’informazione americana diffondendo un falso comunicato stampa dell’AIPAC in cui si condannava la politica degli insediamenti israeliani.

Uno scherzo di cattivo gusto che però ha un fondo di verità. Gli Stati Uniti non fanno passi indietro sulla questione degli insediamenti, pur riconoscendo che il legame con Israele non può essere messo in discussione. Grazie alla posizione assunta dalla Casa Bianca, il “Quartetto”, l’ex premier inglese Blair, il russo Lavrov e Lady Ashton potranno redarguire Israele anche più di prima, mostrandosi accondiscendenti come al solito con la dirigenza palestinese. Dirigenza che, secondo Zakaria, ad eccezione di Hamas sembra il meglio che la politica mediorientale può offrirci: “I palestinesi della West Bank hanno una leadership davvero buona, con il Presidente Abbas impegnato a raggiungere un risultato pacifico nell’ambito della soluzione due popoli-due stati, e il suo primo ministro Salam Fayyad alla guida di un governo pulito e competente che sta promuovendo la crescita economica, non la violenza”.

E gli stati arabi? L’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania? Potrebbero essere degli alleati più o meno fidati di Israele, visto che temono quanto lo stato ebraico l’espansionismo iraniano, ma ancora una volta, dice Newsweek, il macigno della questione palestinese impedisce ogni riconciliazione o apparentamento. Tutta colpa di Netanyahu e della sua intransigenza. Fa niente se l’economia nella West Bank cresce soprattutto grazie agli scambi commerciali con Israele, se Netanyahu ha fatto rimuovere un gran numero di blocchi e di checkpoint che limitavano la mobilità dei palestinesi, e che arrivando a Washington ha promesso una serie di gesti distensivi verso l’ANP, dalla liberazione dei detenuti alla questione dei profughi. Per quante concessioni possa fare non saranno mai abbastanza.