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New York, New York

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Rudy Giuliani contro Hillary Clinton, ovvero New York contro New York. Mancano ancora 9 mesi all’inizio delle primarie e quasi due anni alle presidenziali, eppure, sondaggi alla mano, quella tra il “sindaco d’America” e la senatrice-già-First Lady pare essere la sfida più probabile del 2008. In tal caso, la Grande Mela tornerebbe protagonista assoluta nella corsa alla Casa Bianca dopo oltre 60 anni. Bisogna risalire infatti al 1944 quando il newyorchese Franklin Delano Roosevelt si confrontò con Thomas Dewey, district attorney di New York. Va detto subito, però, che mentre Rudy Giuliani è un figlio di Brooklin, che ha inscindibilmente legato il suo nome alla “città che non dorme mai”, Hillary (nata a Chicago) è newyorchese solo di adozione. Di fatto, vive nella città bagnata dal fiume Hudson da soli 7 anni, da quando cioè conquistò il seggio di senatrice dello Stato di New York. In quell’occasione, Hillary avrebbe dovuto vedersela proprio con Rudy Giuliani. Ma il sindaco fu costretto a rinunciare alla scontata nomination repubblicana a causa di un tumore alla prostata e ai guai legati al suo secondo divorzio. L’allora First Lady si trovò, così, la strada spianata e liquidò facilmente l’avversario Rick Lazio, conquistando il 55 per cento dei suffragi.

Quello tra Hillary e Rudy non è solo un duello tra due personalità, espressione di due partiti. In realtà, come ha scritto in modo pungente Peggy Noonan, editorialista del Wall Street Journal e già speechwriter di Ronald Reagan, a contrapporsi sono due stili di vita. Per la Noonan, che abita a Brooklin, Giuliani parla il linguaggio della New York di un tempo, quella “tosta” che non cerca a tutti i costi di convincerti se la pensi diversamente. La senatrice, invece, sarebbe la campionessa della New York calcolatrice, che studia ogni mossa, perché tutto è business. Insomma, secondo la columnist del WSJ, i due contendenti rappresentano le due diverse anime di New York: quella dei pendolari nella metropolitana e quella dei businessman in limousine.

Tuttavia, non mancano le sorprese. Secondo un sondaggio commissionato dalla Quinnipiac University, a metà febbraio, qualora si votasse solo a New York, Giuliani verrebbe infatti nettamente sconfitto dalla senatrice democratica. I newyorchesi assegnerebbero il 50 per cento dei consensi a Hillary e solo il 40 per cento al loro ex sindaco, “il nostro Winston Churchill” come fu ribattezzato dal settimanale Newsweek dopo l’11 settembre. D’altro canto, come è noto, la Grande Mela è sempre stata un bastione del partito Democratico. Né appaia un paradosso più di tanto il fatto che a governare la città si siano succeduti, negli ultimi 15 anni, due sindaci conservatori. Sia Giuliani che Bloomberg, infatti, vengono spesso descritti come “Repubblicani solo di nome”. Gli americani, innamorati degli acronimi, ne hanno inventato uno anche per indicare questa categoria di politici. Sono i RINO, appunto Republican In Name Only. La destra del Grand Old Party storce la bocca per le posizioni di Giuliani su aborto ed unioni gay. Giuliani un liberal? Niente di più spiegato, secondo la rivista conservatrice newyorchese City Journal, che in un lungo e appassionato articolo a firma Steven Malanga ha indicato in Rudy Giuliani il più credibile (ed eleggibile) dei candidati conservatori alla Casa Bianca. A dimostrarlo sarebbero i suoi anni da Major of New York, caratterizzati da quei principi – ottimismo, responsabilizzazione dei cittadini, lotta alla criminalità, spirito di iniziativa – da sempre cari al partito Repubblicano.

Anche ad Hillary non mancano i problemi con il suo partito, che la considera non tanto il miglior candidato possibile quanto piuttosto quello “inevitabile”. Precisa, ambiziosa, intelligente, la senatrice fa il pieno dei finanziamenti elettorali, ma non scalda i cuori. Le manca l’appeal del marito, quella straordinaria capacità di empatia con il pubblico, che ha fatto di Bill Clinton uno dei grandi comunicatori della politica americana degli ultimi decenni. L’obiettivo di Hillary Clinton, ha scritto il New York Times il 6 marzo scorso, è di “mostrare che è forte abbastanza per guidare gli americani in tempi di guerra, ma anche abbastanza tenera per capirne le preoccupazioni”. Impresa non facile. Non a caso, la senatrice democratica ha impostato la sua campagna come una conversazione con gli elettori. “Let the Conversation Begin”, “Diamo inizio alla conversazione”, è lo slogan che campeggia in ogni suo appuntamento elettorale. Intanto, c’è già chi pensa al sostituto di Hillary al senato, qualora approdasse a Pennsylvania Avenue lasciando il seggio vacante per gli ultimi due anni di mandato. La nomina spetterebbe al governatore dello Stato di New York. Ma qualcuno nel partito Democratico ha già avanzato un nome. Provate a indovinare? Sì, proprio lui, Bill Clinton.

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