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No, Berlusconi non deve mollare e serve una riforma della giustizia

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Sull’Huffington Post di oggi Giancarlo Loquenzi lancia una provocazione razionale

per risolvere il problema della giustizia italiana, partendo dalla considerazione di Berlusconi come alibi per il più gattopardesco degli immobilismi conservativi di rendite di potere. Nella conclusione suggerisce a Berlusconi di sparigliare il tavolo auto-ostracizzandosi dalla politica attiva per consentire la riforma della giustizia e del potere giudiziario.

Convengo sulla premessa: Berlusconi è da vent’anno l’alibi per evitare ogni riforma del sistema giustiziae aggiungoè il démone per ingabbiare il quale è stata giustificata l’impossibilità di ogni riforma: dal conflitto di interesse alla separazione fra impresa/banche/editoria; dalla semplificazione amministrativa basata sul silenzio assenso alla riforma dei ruoli pubblici dalla forma di governo a quella dello Stato; ecc. ecc. Di più, Berlusconi non è solo l’alibi perfetto per l’immobilismo politico ma anchela causa di questa sua mitizzazione. Non ha difatti mai fatto nulla per evitare di essere assunto a dèmone ! Anche se per ironia della sorte viene punito dalla riforma dei principi sullo sfruttamento della prostituzione minorile volutada lui.

Ciò detto non concordo sulla proposta di Loquenzi. Ma non perché quella decisione sarebbe probabilmente adottatada molti aficionados immergendo l’Italia in un incubo vissuto sul precipizio dello scontro sociale quanto perché nella condanna per il caso Ruby a Berlusconi è stata comminata, oltre l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, anche l’interdizione legaleper la durata della pena. L’interdizione legale è passata in secondo piano rispetto alla politica per evidenti motivi eppure va ricordato che, importando la perdita della capacità giuridica, locostringerebbe ad agire per il tramite di un tutore o un amministratore di sostegno!

Voglio dire il ritiro di Berlusconi dalla vita pubblica non lo costringerebbe solo a vivere da cittadino privo dei diritti politici ma lo scaraventerebbe nel mondo di sotto dei non più uomini per la durata della pena.

Quanto alla riforma della giustizia impedita dalla esistenza più che presenza di Berlusconi è tutto da dimostrare che il suo auto-ostracismo sbloccherebbe l’impasse. Ormai il nodo da sciogliere non è più l’indipendenza dei giudici, la separazione delle carriere, la parità tra accusa e difesa, la durata del processo o i termini della custodia cautelare ma il sistema giudiziario italiano. Come direlo status dell’ordine giudiziario;l’obbligatorietà dell’azione penale; l’apertura della magistratura decidente in primisdella Cassazione alla società; l’esclusione della componente politica dal CSM;le incompatibilità preventive e successive dei componenti l’ordine giudiziario non dei soli magistrati.

Quello che si lamenta da tutto le parti politiche, seppur per ragioni opposte, è infatti il reciproco sconfinamento dei poteri dello Stato nelle riserve degli altri due.Uno sconfinamento che ha esacerbato i rapporti per lo più fra Esecutivo e Giudiziario avendo il Parlamento perduto ruolo di mediazione causa partiti legittimamente leaderistici ma inopportunamente asserviti ad interessi frazionistici.

Intendiamoci dal bipolarismo non c’è ritorno (l Centro è solo il modo con cui i moderati fanno politica in Italia non un luogo della politica) come non c’è dal leaderismo (quella del PD Romano è una battaglia di retroguardia) ma i confini tra poteri dello Stato vanno ripristinati con un passo indietro da parte di tutti. Non di uno solo per poter avere esito.

Molte riforme oggi indilazionabili in tema di giustizia non implicano revisioni costituzionali e sono adottabili con legge ordinaria. Queste leggi costituirebbero la miglior prova del fatto che il Parlamento è capace di recuperare centralità di mediazione la cui mancanza contribuisce in modo decisivo agli sconfinamenti istituzionali. Sono queste leggi che il paese attende da trent’anni.

 

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