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L'intervento

No figlie a scuola? No permesso di soggiorno (di A.Morresi)

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Non è stato ancora trovato il corpo di Saman, la ragazza uccisa probabilmente dallo zio con i genitori consapevoli di tutto, secondo le ricostruzioni di chi indaga, perché non voleva sottomettersi a un matrimonio combinato secondo le tradizioni del suo paese, e voleva vivere liberamente.

Sui giornali c’è chi denuncia il silenzio iniziale intorno a questo ennesimo femminicidio, un silenzio più pesante del solito di cui qualcuno ha iniziato una onesta autocritica (v. Ritanna Armeni, ad es.): una autocensura dovuta al mainstream politicamente corretto per cui il rispetto per le culture diverse dalle nostre si tramuta in silenzio complice e astensione da qualsiasi giudizio in merito.

In questi giorni leggiamo che ogni anno sarebbero centinaia le ragazzine che smettono di andare a scuola, in Italia, e vengono rispedite in patria, soprattutto in Pakistan, ma non solo, per matrimoni combinati. Anche a Saman era stato impedito di studiare: “Una volta ci ha chiesto: dite a mio padre di mandarmi a scuola. Voleva fare il liceo. Ma non gliel’hanno fatto fare”. A dirlo è Manuela, la moglie di Ivan Bartoli, titolare dell’azienda agricola di Novellara accanto alla quale viveva la famiglia della diciottenne Saman Abbas.  Dopo la terza media i genitori hanno tenuto Saman a casa.

Un fenomeno neanche tanto sommerso, quindi, la segregazione in casa delle ragazzine provenienti da certi paesi dove le donne sono ancora pienamente sottomesse ai familiari. Un fenomeno facilmente intercettabile: non si tratta di irregolari, ma di famiglie regolarmente presenti in Italia, lavoratori con figlie che frequentano le scuole pubbliche almeno nei primi anni, almeno fino alle medie. Non è difficile accorgersi che a un certo punto le bambine smettono di studiare, e non si vedono più.

E allora perché non provvediamo con qualche buona legge? Una “legge Saman”, per cui a chi vuole lavorare nel nostro paese è fatto obbligo di mandare le figlie a scuola fino a 18 anni, o in alternativa a corsi di formazione professionale. Molto chiaramente: che sia dia il permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinandolo alla educazione o formazione professionale delle figlie minorenni, fino al raggiungimento della maggiore età. Che si obblighino a uscire e a frequentare ambienti diversi da casa.

No figlie a scuola? No permesso di soggiorno. Una provocazione? Mica tanto. Un segnale di fermezza, piuttosto: non vogliamo più piangere altre Saman.

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