Noi diffidiamo solo di chi ci invita a diffidare
15 Settembre 2010
di Redazione
Le parole nel nostro mestiere contano, fanno la differenza, talvolta pesano come macigni, talaltra feriscono come lame affilate. Per questo a chi più o meno meritoriamente si vanta di saper tenere la penna in mano (o le dita sulla tastiera, sarebbe meglio dire) sempre più spesso andrebbe richiesto un gesto di responsabilità. O quanto meno di rispetto per un lettore attento e diligente. E sempre per questo siamo rimasti a dir poco interdetti, imbattendoci nell’ultimo scritto dei neo-futuristi de noantri, che non sapremmo se definire la pericolosa deriva relativistica del peggior individualismo nostrano (che al pari delle incitazioni alle masse può produrre scenari inquietanti) o – molto più probabilmente – uno sbrodolamento indistinto di parole in libertà (nel senso più banale che si possa dare alla parola libertà), agghiacciante frutto della più manifesta improduttività culturale e intellettuale che qualunque mente davvero pensante possa immaginare. Nell’uno come nell’altro caso ci sentiamo di prendere le distanze senza se e senza ma.
Leggiamo:
“Diffidate di chi parla al plurale. Di quelli che dicono “noi”. E di quelli che dicono “voi”. Diffidate di chi parla per conto di una storia. Della storia. E anche di chi mette in mezzo la famiglia. Diffidate dei reduci di ogni ordine e grado. Di quelli che parlano “per conto di”. Per conto di un’ideologia, di un’idea, di una coerenza. Di una collettività. E di una comunità. Diffidate di quelli che citano i loro padri, i loro referenti, i loro antenati. Diffidate di chi cita i propri libri, di chi cerca linearità. Diffidate di tutti quelli che vivono nella caverna del già visto, del già detto, del già sentito. Diffidate di chi parla per etichette, di chi ha bisogno della coperta di Linus. Diffidate di chi non si mette mai in discussione. Degli eterni eruditi. Di chi non cambia idea. Di chi non tradisce. Di chi non rinnega. Di chi non chiede mai scusa. E di accusa. Di chi vive nel recinto. Nell’eterna tribù. Diffidate degli eterni “post” che non diventano mai “ex”. Diffidate dei fedeli alla linea, qualsiasi sia la linea.
E diffidate anche di chi parla al passato. Di chi argomenta senza fantasia. Di chi segue percorsi prestabiliti. Di chi dice «questo non coincide» e «questo sì». Di chi dice «questo è nostro» (ma nostro di chi, poi?) e «questo no». Di chi costruisce gabbie e recinti, di chi etichetta i cervelli, di chi bolla il pensiero. E di chi alza il dito: «Come ti permetti, come vi permettete». Di chi segue la logica paludosa della biblioteca di sezione. Di chi impone le traiettorie come se la vita fosse una regola di fisica. Come se fosse tutto stabilito con meccanica matematica. Come se tutto fosse inevitabile, come se la partenza stabilisse già l’arrivo, come se l’imprevisto, la fantasia, la volontà, la sorpresa, l’intuizione, la scoperta e la riscoperta, il tradimento e l’innamoramento non facessero parte (e che parte!) dell’esperienza umana.
Diffidate di tutti questi e di altri ancora. Perché il modo è pieno zeppo di paurosi, di cacasotto, di piccoli arrivisti della memoria, di piattole della storia, di sanguisughe del passato. Per questo è giunto il momento di tracciare una riga, di mettere un punto e un a capo. Perché è il momento giusto per mandare al macero scatole ammuffite da anni di soffitte polverose, da anni di teste arrugginite. È giunto il momento di sparigliare, di rompere le scatole, di mischiare le carte. E non è solo una questione politica. Anzi, è prima di tutto una questione culturale. Di curiosità culturale. Di curiosità. Di voglia di respirare. Ossigeno al cervello. Per fare storia senza raccontarla. Per viverla, nella carne, ogni giorno.
Perché è giunta l’ora di libera uscita. In cui ciascuno può scegliersi nuovi amici, nuovi compagni di strada. E magari nuovi avversari. In cui le differenze si annullano per poi riprendere nuove forme, in cui le appartenenze svaniscono in una policromatica possibilità di scelta. Nessun annacquamento, nessuna poltiglia incolore e insapore. Tutt’altro. Piuttosto un “reset”, un gioco a colorare di nuovo gli spazi, a disegnare nuovi contorni, a inventare nuove forme e nuove figure. Ed è giunta l’ora degli addii definitivi, di qualche porta sbattuta. È tempo di uscire di casa e di formare una nuova famiglia. Di uccidere i padri e di fare figli. E sì, è l’ora del vaffanculo. Senza remore, senza paure, senza reticenze. Senza tentennamenti e senza troppi rimpianti. È giunta l’ora dell’ignoranza e dell’ambizione dei figli contro la cultura rinsecchita dei padri. È giunta l’ora dei barbari. Delle orde sanguigne, senza senso e senza cultura. In fondo, senza passato. Con nuovi sensi e nuove culture. Nuove biblioteche. Nuovi intrecci. Nuovi occhi e nuove bocche. Nuove parole. Nuove vite.
Perché è giunta finalmente l’ora di guardarsi negli occhi e riconoscersi per quel che siamo e per quel che vogliamo diventare. Non per quello che sono stati i nostri padri. Questione di libertà”.
E va bene, guardiamoci negli occhi e riconosciamoci, per quel che siamo, per quel che vogliamo diventare e soprattutto per quel che NON siamo e NON vogliamo diventare. Perché è davvero giunta l’ora degli addii. E ci sentiamo anche un po’ sminuiti nel dover prendere le distanze da chi esalta l’esaltazione della diffidenza; da chi rievoca parole dette e ridette per anni, alla faccia dell’abdicazione al pensiero dei padri; e chi predica la cultura del nulla fingendo che si tratti della cultura del nuovo.
Certo, se i padri del pensiero di domani dovessero essere quanti oggi ci dicono di diffidare dei padri di pensiero di ieri, ben vanga il consiglio futurista. Ma noi non lo crediamo e quindi continuiamo a stare da un’altra parte. Saremo retrò, ma a noi piace rimanere nel recinto, quando a fare da barriera sono i valori in cui crediamo; piace ricordare con convinzione il nostro passato e la nostra storia, poiché raccontano chi siamo e dove andiamo; noi ci vantiamo di descrivere in quale mondo desideriamo davvero vivano i nostri figli, le nuove generazioni, perché siamo convinti, ora come ieri, che col fare dell’oggi siamo responsabili dell’essere di domani.
Insomma, tra i romani e i barbari, noi preferiamo stare dalla parte della civiltà. E non tanto per vivere da romani ma senz’altro per non morire da barbari.
Poiché la sicurezza delle idee – sempre perfettibili, sempre modificabili, per carità – non significa abbarbicarsi sui polverosi scaffali di una vecchia biblioteca, ma riportare il pensiero e il dibattito culturale su piani alti e condivisi. Significa mettere al bando un relativismo d’accatto, in cui è vero tutto e il contrario di tutto, che ci obbliga ad affogare nell’indistinto, mai chiaro né nelle premesse né negli obiettivi, in cui non c’è differenza tra il bene e il male, che ci obbliga a negare a noi stessi che alcune cose sono giuste ma altre possono essere profondamente sbagliate. Perché pensiamo che nella cultura della diffidenza si annidi con troppa facilità il vuoto delle idee e delle identità.
Altro sarebbe, se le elucubrazioni estemporanee dei farefuturisti fossero solo il frutto della “cultura del caro diario”, quella prodotta da una quattordicenne in piena tempesta ormonale, solo perché uno più grande e più famoso di lei gli ha gettato di sfuggita lo sguardo addosso. Sotto sotto preferiamo pensare che l’ispirazione provenga soprattutto da una forma di narcisismo linguistico, l’autocompiacimento della lettura della propria scrittura, misto ad una sostanziale debolezza di identità. Saremmo più propensi a credere nella sindrome adolescenziale tardiva. Consapevoli che la speranza è l’ultima a morire, potremmo illuderci che il tempo per crescere c’è sempre e per tutti.
Una cosa è certa: la cultura del “Caro diario” non ci interessa. E quella del vaffanculo francamente ci fa schifo.
