Noi siamo ancora quelli americani

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Noi siamo ancora quelli americani

Noi siamo ancora quelli americani

11 Settembre 2010

L’11 settembre 2001 è stato un brusco risveglio. Ha chiarito come la storia non fosse finita con la sconfitta del comunismo. E ha chiuso definitivamente il “decennio della spensieratezza” degli anni Novanta. E’ stata una riclassificazione a tutto tondo. A cominciare dalla dimensione geopolitica, che ha visto ridisegnare gli scenari post guerra fredda. In particolare nei rapporti tra l’Occidente e quel mondo islamico che la divisione bipolare aveva portato a parteggiare per l’Unione Sovietica come sponda contro il detestato Occidente, così come prima era stato il nazismo.

Questo schema si è infranto al tramonto della guerra fredda, in particolare con l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu allora che il mondo islamico si spaccò: la parte più secolarizzata restò schierata con l’Urss, che per gli altri divenne invece un nemico. E quando l’Unione Sovietica fu sconfitta, anche grazie alla guerriglia fondamentalista, nell’islam radicale si ritenne che fosse stata proprio quest’ultima a battere il comunismo. Fu allora che le forze islamiche si riunirono contro l’Occidente depravato, corrotto, imperialista, in primis gli Stati Uniti.

Questa è la genesi del crollo delle Twin Towers. E anche il prodromo di una riscrittura dei rapporti tra Usa ed Europa. Non solo per l’inversione dei ruoli che ha visto l’America rivendicare la legittimità dello Stato, e gli europei, fin lì critici del “grande impero”, difendere i principi sovranazionali. Il rapporto si è invertito soprattutto sul piano politico-culturale. Gli Usa, ritenuti fino ad allora la patria del consumismo, hanno conosciuto un ritorno di spiritualità. L’Europa invece, che tanti avevano visto come la terra promessa di una ripresa spirituale, si è avviata all’affannosa ricerca di una nuova identità, dimentica delle proprie radici e plasmata sull’ideologia dell’autodeterminazione assoluta dell’individuo.

Anche sul piano religioso l’11 settembre ha segnato uno spartiacque. Come se avesse inverato la profezia di André Malraux – uno che aveva conosciuto la droga del comunismo ma era riuscito a disintossicarsi – che fra lo stupore di tutti, a metà del ‘900, aveva pronosticato il XXI come il secolo delle religioni. Il vecchio sogno secolarista, che avrebbe voluto espellere la religione dalla vita civile per confinarla nel ghetto di poche coscienze individuali, è stato sepolto dalle Torri di New York. E all’improvviso si è posto il tema non solo di come confrontarsi con la rinascita religiosa, ma anche di come gestire il rapporto tra le diverse fedi: tema, quest’ultimo, amplificato dai fenomeni migratori sempre più vasti. Senza questo retroterra è difficile comprendere le ragioni che hanno portato Benedetto XVI al soglio pontificio, nonché i primi anni del suo pontificato.

Dall’11 settembre 2001 tanta storia è scorsa sotto i ponti. All’inizio tutto era esasperato: si è parlato di scontro di civiltà, di guerra preventiva, di contrapposizione tra Venere (Europa) e Marte (America). Ne sono scaturiti conflitti epocali: la guerra in Iraq, gli attentati in Europa, e, sul terreno culturale, la battaglia sulle radici cristiane del Vecchio Continente, la revisione di un dialogo interreligioso da non poter più interpretare come progressivo cedimento, il ripensamento dei modelli di integrazione multiculturalisti o assimilazionisti.

Con il tempo molti di questi conflitti si sono stemperati. Non per questo, però, l’impronta dell’11 settembre è sbiadita. La ritroviamo al fondo del nostro tempo, oltre il contingente prevalere di questa o quella forza. E’ cambiato il modo di intendere le relazioni internazionali. E’ cambiato il rapporto di una generazione con la sicurezza e la considerazione degli eserciti. E’ mutata l’interazione tra la globalizzazione e gli Stati. E’ cambiato l’approccio alla dimensione religiosa, con la sconfitta evidente dei laicisti impenitenti e l’inedita necessità di considerare il fatto religioso anche da parte di chi non crede. E’ cambiata anche l’idea che la vita in Occidente sia la rincorsa a un edonistico benessere senza fine. Seppur indirettamente, anche la crisi economica mondiale è figlia dell’11 settembre, e senza i mutamenti sociali da esso introdotti probabilmente l’Europa avrebbe retto meno di fronte alle restrizioni che essa ha imposto.

Insomma, l’11 settembre è uno spartiacque della storia. Se è vero, come hanno scritto Hobsbawm e Furet, che il “secolo breve” si è chiuso nell’89, dopo 12 anni di limbo storico il nuovo secolo si è aperto l’11 settembre 2001. Questa data, per la generazione di mezzo cui appartengo, ha tagliato l’esistenza in due costringendo a ripensare e a ricatalogare la propria cultura, le proprie sensibilità, le proprie certezze. E’ stato un percorso non agevole. Ma nove anni dopo sono sempre più convinto che chi ha avuto il coraggio di intraprenderlo forse ha commesso qualche sbaglio in più o si è assunto il carico di qualche contraddizione, ma è anche riuscito a comprendere meglio il tempo in cui vive rispetto a quanti, invece, hanno preferito dimenticare presto per restare arroccati nelle loro certezze.

© Il Tempo