L'Occidentale della Domenica

Noiah altro che Noah! Russell Crowe stavolta non convince

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C’era una volta il “peplum” che attirava grandi e piccini. Negli anni 60 e 70 era un genere cinematografico di successo. Le famiglie si recavano numerose a vedere i film su personaggi biblici o greci, o dell’antica Roma. Quelli della mia generazione hanno fatto scorpacciate di “pepla” all’oratorio dove, ogni domenica pomeriggio, fra una partita di calcio e una lezione di catechismo, il prete proiettava un film storico: dalla Bibbia di John Huston alle più modeste pellicole su Ercole, Maciste e compagni. Il genere non è mai morto del tutto. Dopo una breve pausa verso la fine degli anni 70, uno spettacolare Scontro di titani (Clash of the Titans) del 1981 con Laurence Olivier, Maggie Smith e Ursula Andress rinverdì il fascino di un cinema fantastico che attinge ai miti classici rivisitati in chiave moderna. Dieci anni fa, Troy (2004) di Wolfgang Petersen – con alcuni nomi di rilievo tipo Brad Pitt, Eric Bana, Orlando Bloom, Peter O’Toole – inaugurava nuovamente il filone, rappresentando l’omerica Iliade con molte licenze, banalizzazioni e inesattezze. E dopo Troy è stato un susseguirsi di pepla moderni, adatti a chi ama gli effetti speciali e non è un purista perché, se siete degli esegeti o amanti della letteratura antica, saprete già che questi film sono da evitare dal momento che gli americani interpretano i classici alla loro maniera infischiandosene allegramente di trame e personaggi. 

Questo Noah di Darren Aronofsky segue la tendenza americana di una sceneggiatura svincolata dalle Scritture. Il Noè di Russell Crowe è un ecologista che crede fermamente negli equilibri della natura ed è un uomo dalla vita difficile, in fuga perenne da un’umanità violenta che ha dimenticato ogni forma di rispetto reciproco. Il suo rapporto con Dio si manifesta con una serie di visioni oniriche che lo convincono della necessità di una purificazione per acqua dall’umanità malvagia. Il plot originale è, più o meno, rispettato: c’è l’arca, ci sono gli animali e c’è uno spettacolare diluvio ben realizzato con l’ausilio di straordinari effetti al computer. Anche i personaggi sono quelli della Bibbia: c’è la moglie Naamah (una brava e intensa Jennifer Connelly), e c’è il nonno, Matusalemme, interpretato da un Anthony Hopkins sempre uguale a se stesso, e tutti i figli di Noè che rappresentano il proseguimento della stirpe dopo il diluvio. Aronofsky e il cosceneggiatore Ari Andel presentano anche personaggi e situazioni inventati di sana pianta per vivacizzare la trama. I colossi di pietra che proteggono Noè e la sua famiglia dagli attacchi dei nemici servono per scene simili a videogames con scontri spettacolari. Quando però l’azione si placa e i cattivi sono spazzati via dalla pioggia, comincia un lungo dramma familiare dentro l’arca che appesantisce una trama già non particolarmente brillante fin dall’inizio, tanto che si comincia a pensare che il film avrebbe dovuto intitolarsi Noiah e non Noah!

Un peccato per il regista Darren Aronofsky che nel 2008 si era distinto per il bellissimo The Wrestler con un Mickey Rourke perfetto e che oggi si perde con una storia prolissa che manca di coerenza narrativa.
Forse papa Francesco è stato avvertito dello scarso valore artistico del film e non ha voluto incontrare Russell Crowe che più di una volta, nelle settimane passate, ha cercato lo scoop chiedendo un’udienza mai concessa. Bravo Bergoglio!

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