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Bello sì, ma l'utero in affitto...

Non basta allattare un bambino per addolcire l’utero in affitto

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E’ già stato battezzato il ‘babysitter” dell’anno, ed effettivamente il gesto di Trevor Mallard, il presidente della Camera neozelandese che ha moderato un dibattito in Parlamento mentre dava il biberon a un neonato, è dolce e lancia un messaggio di per sè positivo. “I bambini riescono a calmare l’atmosfera tesa del Parlamento e penso che ce ne servirebbero di più intorno a noi a ricordarci la reale ragione per la quale noi tutti siamo qui” – ha detto. Verissimo. Il punto è che quel bambino, figlio del parlamentare Tamati Coffey e di suo marito Tim Smith è nato da una madre surrogata lo scorso luglio e non è stata la madre naturale a chiedere un tenero favore al presidente della Camera, ma il favore lo ha chiesto colui che per la stessa legge di quel paese non è ancora il padre a tutti gli effetti.

Sia chiaro: il neonato non ha nessuna colpa e merita, come ogni bambino, tutte le cure del mondo, ma lo splendido gesto del presidente neozelandese non può cancellare il modo con cui i due padri del piccolo hanno deciso di diventare genitori. Non solo, come detto, in base alle leggi neozelandesi la coppia non può legalmente affermare che il neonato è loro fino alla fine del processo di adozione con la madre surrogata, ma in generale è evidente come l’utero in affitto rappresenti uno sfruttamento del corpo femminile, al di là esso comporti o meno un pagamento (in Nuova Zelanda la pratica è consentita solo a titolo gratuito). La donna che ha messo alla luce il piccolo sarà la sua vera e unica mamma per sempre, anche se non lo alleverà, anche se un pezzo di carta avrà messo nero su bianco la sua rinuncia e il suo lasciare il figlio a due padri.

Questi aspetti così delicati eppure naturali, così semplici e intuitivi non possono essere cancellati dal bellissimo gesto di Trevor Mallard. Quel bambino va abbracciato, curato, coccolato e sostenuto nella sua crescita, da tutta la comunità. Ma la scelta dei suoi due papà resta egoista e la mamma del piccolo resta una donna il cui corpo è stato, anche se consapevolmente, sfruttato.

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