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Non basta Michael Moore a spiegare Virginia Tech

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In America tutto è più grande, più estremo, appassionato, vitale e violento che altrove.

Il senso del dovere e quello della ribellione, il patriottismo e l’individualismo, l’appello a Dio e il traffico col diavolo. Se in Italia le Università sono luoghi di noia e frustrazione, in America sono piccole città fatte della stessa pasta della vita, con gli stessi orrori e meraviglie. Se in Italia abbiamo il bullismo e il filmatini pruriginosi su you-tube , nelle scuole americane ci sono stragi “monumentali” senza nome e senza ragione.

La vita quando è libera ed esposta a tutti i venti e a tutte le suggestioni del mondo produce geni e mostri, ingloba tutto il meglio e tutto il peggio che trova e che è umano: l’amore, l’odio, la violenza, la tenerezza. Tutto al grado estremo della sensibilità di un paese che si è fatto diapason dei tempi. Quando la vita è chiusa e rancida produce lagne e malesseri di routine.

Non siamo qui a dire che invidiamo all’America, Virginia Tech e Columbine, ma per dire che la invidiamo nonostante quelle. Siamo senza fiato al pensiero del dolore dei familiari e amici dei ragazzi uccisi da un folle mentre progettavano la loro vita futura nel miglior cantiere dell’eccellenza americana. Ci piacerebbe immaginare che le scuole, i luoghi di istruzione, fossero come sacri e avessero un magico statuto di inviolabilità che bandisse odii e violenze dai loro confini. Sarebbe giusto. Ma non c’è più nulla di inviolabile: non templi o chiese, non feste sportive né asili d’infanzia, non resti storici e neppure il proprio stesso corpo quando si suicida uccidendo. Il dolore per i morti di Virginia Tech è palpabile e sparso per il mondo come le provenienze delle vittime. Ma non ci consolano d’un’oncia le spiegazioni sociologiste che appaiono sempre così zoppe e incomplete, quasi infantili, davanti al mistero della mente umana e dei suoi abissi.

Il ritratto di un’America violenta e disperata, che magari si vuole far corrispondere in termini di psicologia di una nazione al “pantano” iracheno, ci pare meschino e degno di vivere meno della pagina di giornale su cui è scritto (ed è stato molto scritto). Allo stesso modo non persuade l’indice puntato contro la disponibilità di armi e la polemica sul secondo emendamento che dice inviolabile il principio di possedere e portare armi. Certo in America è più facile che altrove portarsi a casa una pistola. Ma è solo una scorciatoia alla determinazione assassina che si rivela in queste mattanze. Senza quello il gioco diverrebbe appena un po’ più complicato, forse più intrigante o magari più orribilmente creativo.

Il Canada celebrato da Michael Moore come il paese delle porte aperte e del bando alle armi ha avuto episodi simili: nel 1989 a Montreal, la più europea delle città canadesi, un uomo armato di fucile e senza porto d’armi uccise 14 studentesse dell’ École Polytechnique. E basterebbe conoscere un po’ d’America che non sia New York o San Francisco per capire il legame che gli americani hanno con le armi e l’idea dell’autodifesa. Quella gran parte del paese dove lo sceriffo più vicino ci metterà un giorno a venirti in aiuto e tu e la tua famiglia potete contare solo su quel fucile appeso all’uscio in caso di pericolo. In realtà non c’è consolazione ed è inutile cercarla sui terreni della logica o della recriminazione. Queste cose continueranno inspiegabilmente ad accadere ma i migliori giovani del mondo continueranno spiegabilmente a scegliere le Università americane per costruirsi una vita senza paura di trovarci la morte.

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5 COMMENTS

  1. Forse in Italia le
    Forse in Italia le universita’ sono luoghi di noia ma la colpa è di professori che invece di invogliare alla conoscenza combattono la sfida quotidiana con gli studenti,incominciamo ad insegnare i valori dalle famiglie proponendo modelli meno violenti ,questo non accade mai nelle televisioni o al cinema e allora non lamentiamoci di fronte a queste tragedie.

  2. Invidiare
    “Non siamo qui a dire che invidiamo all’America, Virginia Tech e Columbine, ma per dire che la invidiamo nonostante quelle.”
    Che cosa abbiamo da invidiare? L’esportazione della democrazia a scopo di lucro o le lampanti falsità istituzionali sull’11 settembre? Oppure la stratosferica percentuale dei morti ammazzati procapite rispetto a quelli europei? O la così bassa partecipazione al voto democratico da fare invidia ad un paese del terzo mondo oppure la pervicace applicazione della pena di morte da paese medioevale?

  3. Io non li invidio
    Come mai, caro autore, queste cose accadono in America? Come può un paese che fa spesso ricorso a Dio, giustificare questo? Come si permette un presidente con le mani insanguinate, sempre sul piede di guerra, in casa come fuori casa, di esportare la democrazia? Come si può comprare 2 pistole con il solo certificato di residenza, e prendere migliaia di munizioni in un Wall Mart?Ecco i risultati.
    No, caro autore, io non li invidio. Nell’Italietta degli scandali, corrotta, mafiosa, perlomeno resta ancora un minimo di buon senso.

  4. strage a virginia tech
    Trovo molto equilibrato l’editoriale sulla strage a Virginia Tech, tuttavia ascoltando Prima Pagina di oggi 18 aprile, ho da fare una domanda e una considerazione.
    La domanda: non sarà che lo studente autore della strage fosse in preda alla cocaina? Quando si cova odio e risentimento si passa facilmente, sotto effetto di droghe, dall’intenzione all’atto. Lo si vede anche in casi di violenza non necessariamente situata negli States.
    La considerazione:Mi sembra che il conflitto, la sfida, la voglia di vincere e di farsi strada a tutti i costi sconfiggendo i “competitors” siano
    quasi iscritti nel DNA del popolo americano. Il gesto dello studente stragista è la protesta estrema, per quanto esecrabile,per un’impotenza a realizzare il mito americano del successo a tutti i costi.

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