Non c’è solo Google ad allontanare la Cina dagli Stati Uniti

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Non c’è solo Google ad allontanare la Cina dagli Stati Uniti

20 Febbraio 2010

La querelle fra Stati Uniti e Cina, prima e seconda economia mondiale, continua ad infiammare le due sponde dell’Atlantico da oltre un mese. E’ stato il caso Google a far esplodere la polemica fra l’Amministrazione Obama e Pechino, che ha risposto a colpi di editoriali del China Daily, poi le critiche sull’apprezzamento dello yuan, la questione tibetana e infine la vendita di materiale bellico americano a Taiwan, la provincia ribelle dell’impero cinese. Il 13 gennaio Google minaccia di abbandonare la Cina e di chiudere Google.Cn, la sua versione cinese, dopo aver scoperto che nel dicembre scorso degli hacker si erano introdotti nel suo sistema informatico. Un attacco “altamente sofisticato” come lo ha definito il responsabile giuridico di Google, David Drummond, che avrebbe colpito almeno altre venti società attive in settori come Internet, finanza, media, tecnologia, chimica, fra cui persino Adobe. Inoltre, secondo Drummond, “l’obiettivo principale di questo attacco era accedere alle caselle di posta elettronica appartenenti a dei militanti cinesi per i diritti umani”. La risposta di Pechino non si fa attendere. Il quotidiano ufficiale China Daily bolla la minaccia di Google come una “strategia per mettere sotto pressione il governo cinese”. Mentre la portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, dichiara che “in Cina Internet è aperto”. Qualche giorno più tardi, precisamente il 21 gennaio scorso, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, sceglie il Newseum, il museo della libertà di stampa di Washington, per tenere un discorso sulla questione. La Clinton, parafrasando le parole di Winston Churchill, che sancivano la definitiva contrapposizione fra il blocco occidentale e quello sovietico, dichiara: “Una nuova cortina dell’informazione sta calando su larga parte del mondo”. Fra i paesi citati ci sono l’Iran, la Tunisia, l’Indonesia e, ovviamente, la Cina. Anche in questo caso, Pechino rispedisce le accuse al mittente, anzi dal Paese guidato dal presidente Hu Jintao arriva persino un monito: le parole della Clinton rischiano di danneggiare le relazioni fra Stati Uniti e Cina.

I rapporti fra i due Paesi sembrano migliorare, grazie anche al colloquio svoltosi a Londra fra Hillary Clinton e il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, definito dallo stesso segretario di Stato americano “una conversazione aperta e onesta”. Ma soltanto l’indomani, il 29 gennaio, il Pentagono comunica al Congresso la richiesta di autorizzazione per la vendita di materiale bellico per un valore di 6,4 miliardi di dollari all’isola di Taiwan, la “provincia ribelle” che Pechino vorrebbe riportare sotto l’ala della madrepatria. La risposta di Pechino è immediata. Il ministero degli Esteri cinesi minaccia di sanzioni le aziende americane che avrebbero venduto armi a Taiwan, sospende il dialogo militare riaperto soltanto dopo qualche giorno, e i contatti a livello di viceministro della Difesa. La reazione della Cina appare più grave rispetto a quella per la vendita di armi a Taiwan del 2008, quando, sotto l’Amministrazione Bush, Washington cedette un pacchetto del valore di 6,6 miliardi di dollari. Allora si interruppe il dialogo ma non ci furono minacce di sanzioni contro aziende americane.

Il 1 febbraio scorso, Washington annuncia che il presidente Barack Obama incontrerà il Dalai Lama, a metà del mese, data prevista per la visita del leader spirituale tibetano negli Stati Uniti. Per Pechino, l’incontro minaccia “la base politica delle relazioni tra Cina e Washington”, mentre il China Daily, in un editoriale, definisce “patetico” il comportamento di Obama. Allo stesso tempo, continua ad inasprirsi la questione sull’apprezzamento dello yuan. Pechino reagisce duramente alle accuse americane di favorire il suo commercio con un cambio artificiale della moneta: “Al momento il livello dello yuan è ragionevole”, spiega il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Ma Zhaoxu. A poco servono le dichiarazioni del ministro del Tesoro americano, Timothy Geithner, per il quale è molto probabile che la Cina vada nella direzione di uno yuan più flessibile. Qualche giorno dopo altra benzina sul fuoco: le sanzioni all’Iran nucleare. Pechino sta cercando in tutti i modi di evitare che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisca pesanti sanzioni nei confronti di Teheran, che guarda caso, è il principale fornitore di petrolio della Cina. Per questo, Pechino continua a proteggere il regime khomeinista all’interno del Consiglio di Sicurezza con l’arma del diritto di veto, esattamente come Mosca.

E’ evidente come i rapporti fra Stati Uniti e Cina, i due giganti della terra, siano diventati nell’ultimo mese sempre più difficili. Giovedì scorso, il presidente Barack Obama ha incontrato, nella Map Room (non nello Studio Ovale e senza telecamere) della Casa Bianca, il Dalai Lama, “un lupo in abiti da monaco”, secondo Pechino. La visita del leader spirituale tibetano potrebbe rendere più complicati gli sforzi di Obama per assicurarsi l’appoggio della Cina su temi cruciali come l’imposizione di sanzioni più dure all’Iran, la soluzione dello stallo con la Corea del Nord in materia di nucleare e la realizzazione di un nuovo accordo globale in materia di cambiamenti climatici. Le prime avvisaglie ci sono già state. Proprio alla vigilia dell’arrivo del Dalai Lama, Pechino ha liquidato una parte dei suoi giganteschi investimenti in Buoni del Tesoro degli Stati Uniti. Commentando la vendita dei Treasury Bond, per un totale di 34 miliardi di dollari, (anche se ne restano 755 miliardi nelle casse della banca centrale cinese), il Wall Street Journal si è chiesto se si tratti di “un segnale di sfiducia verso l’America”. Probabilmente è soltanto una mossa cautelativa, che è bastata, però, ad innervosire Washington. Ma la Casa Bianca può ancora sperare in un cambiamento di rotta da parte del regime di Pechino. Nel 2012 la Cina si troverà davanti ad un giro di boa: al potere salirà una nuova generazione di leader, che potrebbe costituire lo sviluppo più significativo nella politica del paese dall’inizio del “regno” di Deng Xiaoping nel 1978. Giovani laureati nelle più prestigiose Università americane, che, se da una parte cercheranno di far recuperare alla Cina il ruolo di potenza egemone in Asia, dall’altra tenteranno di velocizzare la trasformazione del Paese, a cominciare dalla (probabile) liberalizzazione economica e dal moderare le riforme politiche.