Non è il sistema capitalistico ad essere andato in crisi, è la sua gestione
10 Ottobre 2008
C’è grande confusione in queste ore. Fino a ieri avevamo una serie di certezze: risparmi, investimenti, prospettive. Anche l’assunzione dei rischi si prendeva in un certo senso a cuor leggero, perché se le cose non fossero andate, non sarebbe stata comunque la rovina.
Oggi tutto vacilla, a qualsiasi livello sociale e per qualsiasi categoria. Ritengo che non sia il sistema capitalistico ad essere entrato in crisi, per quanto ci sia già chi specula su questo. Il sistema in sé funziona, è la sua gestione che ha fallito. La gestione spregiudicata – che a lungo è stata definita con colpevole indulgenza “creativa”- della finanza, è la causa principale di quanto sta accadendo.
Vacilla anche un sistema di connivenze, di cui in tanti, più o meno consapevolmente, hanno beneficiato – piccoli risparmiatori compresi – sottovalutando o ignorando un particolare non insignificante: che si trattava di un sistema drogato.
La disamina di quanto è accaduto serve per non commettere gli stessi errori in futuro, ma ora, ciò che è importante capire e ciò che la gente vuole sapere è: “che cosa succederà?”. Ho usato la parola “vacilla” evitando volutamente il termine “crolla”, perché la fiducia, anche se flebile, è il motore che ci manda avanti. Una iniezione di fiducia ce l’ha data in queste ore il Governo, con il decreto salva banche del Ministro Tremonti.
Questo ci regala un po’ di tranquillità, ma volendo guardare ad un periodo più lungo e ad un panorama più ampio, cosa accadrà? Accadrà che cambierà il nostro modo di vivere e di lavorare.
Già da alcuni anni si stanno ridisegnando equilibri mondiali, entrati in crisi con l’affermazione di un mondo senza più confini.
Mi azzardo ad affermare che questo riassetto è normale in un mondo che si evolve, ma ad aggravare un processo naturale, per quanto destabilizzante, sono le speculazioni che con troppa facilità si sono generate. Ora c’è un ridimensionamento in atto e non dobbiamo illuderci che sarà solo per qualche mese.
Il ridimensionamento è il frutto di un sistema di vita che dovrà modificarsi. I segnali ci sono tutti e non da adesso. I consumi si sono contratti da qualche tempo con l’effetto domino che questo fenomeno crea. Le banche soffrono, il credito verso le imprese si restringe e le imprese accusano il colpo, soprattutto le piccole. I riflessi sull’economia reale sono inevitabili. Questa è la realtà, che può essere amara, ma che dobbiamo tradurre in positivo, perché la capacità imprenditoriale è un patrimonio che non si perde con un ciclone finanziario.
Non sono qui a dettare ricette, ma da imprenditore posso dare una mia opinione su quanto ritengo sarebbe giusto fare. Quando nel dopoguerra il “modello Marche” si è affermato come esempio di sviluppo, il fattore vincente è stato senza dubbio la capacità di alcuni imprenditori di calzare le regole della crescita imprenditoriale sulle caratteristiche e sulle esigenze di una certa identità sociale, legata al territorio. Sono sorte una miriade di piccole imprese e questo ha funzionato finchè non sono cambiate le regole.
Oggi è ancora possibile mantenere l’identità territoriale, nelle Marche come in qualsiasi altro posto, perché ogni identità rappresenta una “unicità” e quindi un fattore competitivo. Occorre però che le aziende sappiano superare posizioni individualistiche, a favore di un processo di concentrazione che consenta di creare sinergie, economie di scala e vantaggi in fatto di concorrenza internazionale.
Per dirla con una metafora, è necessario che si passi dalla dimensione dell’orto a quella del giardino. Un passo indietro tutti, ma per tutti anche una opportunità in più. L’economia potrà continuare a girare.
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