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La casa torinese verso i mercati emergenti

Non è più tempo di una Fiat italiana ma sempre più globale

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Non è certo parco di colpi di scena, l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne. Nel corso degli ultimi giorni, sulla scia dei dati delle immatricolazioni in Europa e negli Stati Uniti, sono arrivate dichiarazioni molto forti circa il futuro dell’azienda torinese. Non solo Marchionne non assicura che la sede generale di Fiat rimarrà in Italia, ma al contempo afferma di pensare ad un delisting da Piazza Affari per andare verso New York Stock Exchange.

Queste due affermazioni, che avranno nei prossimi giorni una serie di risposte polemiche da parte del sindacato e di una parte della politica italiana, seguono tuttavia lo sviluppo del mercato e dimostrano sempre più che la strategia di Fiat è globale e non più italo - centrica.

Fino agli anni scorsi, l’azienda torinese dipendeva in gran parte dal mercato europeo, in preponderanza quello italiano, e solo in minima parte dal mercato brasiliano. Dopo la fusione con Chrysler, che secondo l’amministratore delegato viaggia intorno al 20 per cento, il centro degli affari della nuova Fiat si è spostato dall’altra parte dell’Atlantico. Le vendite italiane del gruppo, che fino a pochi anni fa contavano circa un terzo del totale, nel 2011 scenderanno verso la quota del 12 per cento. Questi dati sono certamente influenzati dal pessimo andamento del mercato italiano, ma al contempo dall’espansione americana di Fiat. Secondo le stime di molti analisti, il gruppo Fiat continuerà ad essere in perdita per il segmento europeo fino al 2014. Un dato preoccupante compensato dal buon andamento di Chrysler e del Brasile.

Questi dati economici della casa automobilistica italiana mostrano il perché delle preoccupazioni di Marchionne circa il Vecchio Continente in generale e il mercato italiano in particolare. Le innovazioni in termini contrattuali e la ristrutturazione del sistema produttivo italiano sono necessarie per Fiat per riportare in attivo i conti europei. Senza il successo in questa iniziativa, la missione di Marchionne non può essere considerata compiuta. Le fonti di preoccupazioni dell’AD di Fiat continuano ad aumentare, dato che a fronte di una caduta del mercato del 10,7 per cento da inizio anno, l’azienda torinese ha registrato una diminuzione delle vendite di oltre il 14 per cento. La quota di mercato si sta riducendo pericolosamente in Italia ed in Europa e nel Vecchio Continente le vendite potrebbero scendere sotto la soglia del milione di auto vendute nel 2011. Tali volumi di vendita indicano che la quota europea vale ormai meno del 25 per cento totale delle immatricolazioni globali di Fiat.

Le buone notizie arrivano invece dall’altra sponda dell’Atlantico. Chrysler continua ad andare molto bene e nel mese di ottobre ha visto aumentare del 27 per cento le vendite rispetto allo stesso mese dello scorso anno e la quota di mercato è cresciuta dal 9,5 all’11,2 per cento. I dati da inizio anno sono altrettanto positivi con un aumento d’immatricolazioni di oltre il 23 per cento nei primi dieci mesi del 2011. Nel mercato brasiliano Fiat rimane leader davanti al colosso tedesco Volkswagen. Negli altri mercati emergenti si concentra invece l’altro grande problema dell’azienda torinese. In Cina le vendite sono bassissime, mentre in India la joint venture con Tata si sta rivelando un fallimento. In Russia, dopo che è saltato l’accordo con Sollers ad inizio anno, Fiat deve ritrovare una strategia; la casa automobilistica italiana è dunque in forte difficoltà anche in questo mercato. Si comprende dunque da questa panoramica che Fiat è ovviamente un’azienda con il baricentro che si è spostato dall’Europa al Continente Americano, volenti o nolenti.

Le parole di Marchionne certificano questo cambiamento e a suo modo, l’amministratore delegato di Fiat, indica la strada futura che il gruppo dovrà seguire. Non è più possibile pensare ad un’azienda italiana o europea, visti anche i grossi problemi che sono sorti in questi mercati negli ultimi anni.  Se Fiat vuole sopravvivere ad una concorrenza globale ha necessità di ripensare il proprio business, andando verso quei paesi che sono in forte crescita. Marchionne è cosciente di tutto ciò e le affermazioni, anche se brusche, ne sono la riprova.

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