Non è vero che il Tea Party vuol abolire il “Patriot Act”
18 Febbraio 2011
La settimana scorsa una notizia proveniente dagli Stati Uniti ha investito anche i media nostrani. Tutto è diventato carta per avvolgerci il pesce dopo un solo giorno, ma vale la pena di tornarci sopra perché il fatto costituisce uno strabiliante caso di disinformazione. La notizia, letta sui nostri giornali, suonava così: i “Tea Party” hanno bocciato il “Patriot Act”. Una volta dirozzata, prendeva forma l’idea che gli Stati Uniti venivano sguarniti di quelle fondamentali norme di sicurezza nazionale che da dieci anni tengono lontano il terrorismo per colpa del determinante voto contrario espresso in aula da quei nuovi deputati Repubblicani (il cui partito domina la Camera federale del 112° Congresso dal 2 novembre) che si riconoscono nei “Tea Party” (leggi che sono espressione, mantengono rapporti più o meno organici o addirittura rivendicano apertamente l’appartenenza a quel “movimento” o comunque a quel mondo). Grave, apparentemente. Gravissimo, se fosse vero.
Primo punto. Lo “USA Patriot Act” è (oltre all’acronimo della frase “Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act”) un pacchetto di leggi. Fu introdotto “a caldo” dopo gli attentati dell’Undici Settembre dal deputato Repubblicano, eletto in rappresentanza del Wisconsin, Frank James “Jim” Sensenbrenner jr il 23 ottobre 2001, fu approvato dalla Camera del 107° Congresso federale il giorno successivo, quello seguente dal Senato e quello dopo ancora venne firmato dal presidente federale George W. Bush jr. Il “pacchetto” prevedeva una serie di regole specifiche che rafforzano i poteri fattuali dei diversi corpi di polizia statunitensi così come di CIA, FBI e National Security Agency. Nel luglio 2005 il “pacchetto” fu riautorizzato dal Congresso federale con alcuni emendamenti fra cui maggiori garanzie di privacy per i cittadini e pena di morte per i terroristi, e una seconda riautorizzazione è stata votata nel febbraio 2006. Il 27 febbraio 2010 il presidente Barack Hussein Obama ha esteso di un anno la validità di tre delle più controverse provvisioni del “pacchetto”, oramai giunte a scadenza: le intercettazioni telefoniche, la sorveglianza di cosiddetti “lupi solitari” (i terroristi non statunitensi isolati) e la possibilità per i tribunali di autorizzare la confisca di beni in operazioni antiterroristiche. L’anno di proroga scade il 28 febbraio prossimo, da cui il voto espresso l’8 sull’opportunità di concedere o meno ulteriore vita alle tre provvisioni.
Ora, la Camera ha respinto la richiesta con 277 voti contro 148, cifra, quest’ultima, inferiore ai due terzi dei suffragi necessari per l’approvazione. Inferiore a quella maggioranza qualificata di soli 7 voti. In soldoni, il voto di settimana scorsa ha bocciato la proroga di sole tre norme del “Patriot Act”, l’ulteriore proroga di tre norme specifiche e particolari che già erano in scadenza l’anno passato. Non ha ripudiato per intero il “pacchetto sicurezza”. Secondo punto. I deputati Repubblicani che hanno votato contro la proroga di quelle tre nome particolari sono stati 26. Solo 8 di loro fanno parte del “Tea Party Caucus” della Camera, 7 dei quali sono new entry eletti il 2 novembre. Fra questi 8 mancano molti nomi grossi dei “tea-partier”: per esempio, Michele Marie Amble Bachmann del Minnesota (fondatrice e leader del “Tea Party Caucus”), Kristi Lynn Arnold Noem del South Dakota, e Allen B. West, nero come il carbone, della Florida. La nuova proroga alle tre provvisioni del “Patriot Act” è stata bocciata da un gruppo di deputati Repubblicani meno di un terzo dei quali sono riconducibili ai “Tea Party” e da nessun loro leader riconosciuto.
Ai nostri media, che hanno strombazzato il contrario, sarebbe bastato un semplice supplemento d’indagine e un po’ meno pressapochismo. Magari pure una occhiatina a quanto scritto da Steve Benen il 9 febbraio nella rubrica Political Animal sul sito Internet del bimestrale The Washington Monthly, che è decisamente leftist, anzi persino radical-chic: «Sentirete alcuni resoconti giornalistici dire che l’ala Tea Party del Partito Repubblicano si è resa responsabile della bocciatura del “Patriot Act”, ma questo non è affatto vero. Dei 26 voti Repubblicani contrari, solo 8 sono venuti dalla grande maggioranza dei nuovi eletti e molti di coloro che vengono generalmente associati con lo schieramento di destra […] hanno votato seguendo la linea della leadership del partito, esprimendosi a favore della legge. Cioè, considerando specificamente i 52 membri del “Tea Party Caucus” della Camera, 44 di loro hanno votato per riautorrizare il “Patriot Act”. In altre parole, i “tea-partier” hanno in genere sostenuto le provvisioni, nonostante la loro retorica sul “governo limitato”». Insomma, «non sono stati i “tea-partier”» a bocciare la proposta.
Terzo punto. Resta però il fatto che 8 di loro lo hanno fatto. Che significa? Significa anzitutto che come il movimento dei “Tea Party” non è un mondo monolitico, ancorché sia piuttosto omogeneo, lo stesso vale per i suoi eletti, anche persino per i membri espliciti e volontari del “Tea Party Caucus” della Camera federale. In secondo luogo significa ‒ a costo di nauseare a furia di ripeterlo ‒ che i “Tea Party”, loro eletti compresi, sono una cosa e il Partito Repubblicano un’altra. Come giudicare allora il fatto che almeno 8 dei “tea-partier” eletti hanno respinto il prolungamento delle famose tre provvisioni del “Patriot Act”? Come un tradimento dell’interesse nazionale e della sicurezza del Paese? Vorrebbe dire non conoscere uno iota della Destra americane, ma nemmeno una virgola del dibattito in corso nel paese, e nella Destra, da dieci anni a questa parte.
Il “Patriot Act”, infatti, è controverso da sempre. Da subito c’è stato chi ne ha visto le provvisioni ha visti una come minaccia alle libertà personali e costituzionali. Non è solo il dibattito, un po’ stucchevole, sul cosiddetto “isolazionismo”, ma la questione nodale dell’equilibrio da trovare fra libertà e sicurezza, il quale costituisce questione assai delicata poiché sempre dinamica: non, cioè, una misura fissa, ma un rapporto che spesso dipende molto dai contesti. Per esempio la situazione venutasi a creare con l’Undici Settembre. Insomma, la quaestio è vexata da tempo, anzi da sempre, ed è un nervo scoperto soprattutto della Destra che ne dibatte sin dai tempi della Guerra Fredda (1946-1989). I “Tea Party” e i loro eletti sono solo gli ultimi venuti nella discussione.
Il che induce una ultima riflessione. La distinzione fra “tea-partier” e Partito Repubblicano, a cui i primi continuano a tenere molto, passa anche attraverso la dimostrazione concreta di tale differenza, non solo la sua semplice enunciazione. In cerca di una occasione concreta per dimostrarla tanto ai Repubblicani quanto al movimento che li ha eletti, 8 su 52 deputati membri del “Tea Party Caucus” della Camera federale hanno scelto il voto dell’8 febbraio. Si potrebbe pensare che hanno scelto la votazione sbagliata vista la delicatezza del tema e la posta in gioco, ma non è così. In termini americani, è stata l’occasione più propizia e se vogliamo indolore. Il “Patriot Act” è già così tanto discusso che il bocciarne alcune provvisioni reca meno scandalo di quanto s’immagini e non modifica gli assetti politico-culturali del Paese. Per di più ne boccia solo tre aspetti, già in scadenza l’anno scorso. E quei tre sono quelli più criticabili e percepiti come antipatici, in specie le intercettazioni telefoniche. Insomma, una prova plastica di forza da parte dei “tea-partier” eletti, attuata senza causare vittime né dirette né collaterali. Bomba più che intelligente, anzi bomba-carta buona soprattutto per i media. Solo che da noi nessuno ci ha capito un’acca. Molto rumore, alla fine, per nulla. Lo scandalo? Non c’è. L’errore madornale di valutazione e d’informazione però si. Vergogna.
Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiaimstitute.it] e Direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]
