Non è vero che la Chiesa è per un’immigrazione senza se e senza ma
08 Gennaio 2009
L’Osservatore Romano ha espresso “turbamento” per la coreografica dimostrazione di forza degli islamici italiani, riunitisi per la preghiera davanti al duomo di Milano e di Bologna. L’opinione pubblica, a sua volta, può aver provato perplessità per questo turbamento, data l’idea diffusa che la Chiesa sia comunque per l’accoglienza, per l’apertura delle frontiere e per il diritto di immigrazione. I vescovi tedeschi hanno dichiarato che il diritto di costruzione di moschee non è sottoposto al principio della reciprocità; ci sono conventi francescani che hanno donato il terreno per la costruzione di una moschea, le principali opposizioni alla Bossi-Fini vengono dalle associazioni cattoliche e il principale argomento di attrito tra Lega ed episcopato veneto è proprio la questione immigrati. Ma è proprio vera questa vulgata secondo cui i cattolici debbono essere sempre e comunque per l’immigrazione, senza se e senza ma?
A leggere i documenti ufficiali della Chiesa sembra proprio di no. Innanzitutto la Chiesa parla molto chiaro sui doveri degli immigrati, oltre che su quelli dei cittadini dei paesi ospitanti. Perfino il “papa buono”, Giovanni XXIII, diceva che il migrante “deve accettare dal nuovo paese le caratteristiche particolari, impegnandosi a contribuire con le proprie convinzioni e con il proprio costume di vita allo sviluppo della vita di tutti”. Deve superare il “tentativo di isolamento” – egli diceva – mentre è in atto, come scrive Walter Laqueur, una “auto-ghettizzazione” degli immigrati islamici, con la formazione in Europa di società parallele.
Sui doveri dei migranti insiste molto la De pastorali migratorum cura di Paolo VI del 22 agosto 1969, secondo cui “chi si reca in un altro paese deve avere molta stima del suo patrimonio, della sua lingua, dei suoi costumi, perciò i migranti si adattino volentieri alla comunità che li accoglie e si affrettino a impararne la lingua sicché possano integrarsi meglio nella nuova società”. Il motivo di fondo è che l’integrazione non dipende tanto dalle politiche amministrative ma dagli atteggiamenti di reciprocità tra cittadini della società e gli immigrati.
Ma il concetto più interessante è quello di “equilibrio culturale”, proposto da Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2001. Egli segnala il dovere di “garantire ad un determinato territorio un certo equilibrio culturale, in rapporto alla cultura che lo ha prevalentemente segnato” in modo da permettere “la permanenza e lo sviluppo di una determinata fisionomia culturale”. Chi appartiene ad un territorio, in altre parole, ha diritto al permanere della cultura in cui è nato perché possa godere di una crescita equilibrata.
Secondo la Chiesa, quindi, il diritto ad emigrare e il diritto ad immigrare non sono equivalenti. Il primo non può essere limitato, il secondo sì, quando siano in gioco il bene comune o l’integrità culturale di un popolo, minacciati da una migrazione eccessiva. A chi mette piede sul suolo nazionale non può essere negato l’aiuto che si deve ad ogni essere umano, le coste non possono essere militarizzate, però ciò non significa che non sia lecito regolare i flussi migratori, selezionarli in base alle maggiori possibilità di integrazione, pretendere dagli immigrati l’assunzione di doveri, fornendo loro una cornice ineliminabile dentro cui devono trovare spazio anche i valori dell’immigrazione musulmana.
Tutti i documenti ufficiali insistono sulla libertà di emigrare, sul diritto al ricongiungimento familiare, sul diritto ad una tutela dell’immigrato, al superamento di pregiudizi e sul divieto di discriminazioni, ma affermano anche che “la solidarietà richiede reciprocità”. Questa frase è della Nota pastorale della Cei del 1990 dal titolo Uomini di culture diverse: dal conflitto all’integrazione, la quale anche aggiunge “Fa parte della stima dell’altro non solo l’offerta di accoglienza e di aiuto, ma anche l’attesa di una risposta analoga”.
Il magistero, quindi, ha parlato in modo chiaro e, in base al realismo cristiano, cerca di tener conto dei diritti di tutti. L’impressione è che le chiese locali, singoli vescovi e un associazionismo cattolico non sempre attento a leggere per intero le indicazioni dei suoi pastori, tendano ad un buonismo semplificatorio che non aiuta ad affrontare le reali questioni sul tappeto.
