Non fermatevi alla “supercazzola”. Ugo Tognazzi è stato tanto altro

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Non fermatevi alla “supercazzola”. Ugo Tognazzi è stato tanto altro

Non fermatevi alla “supercazzola”. Ugo Tognazzi è stato tanto altro

31 Ottobre 2010

Mascetti: Terapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo?

Vigile: Prego?

Mascetti: No, mi permetta. No, io… scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribài con cofandina? Come antifurto, per esempio.

Vigile: Ma che antifurto, mi faccia il piacere! Questi signori qui stavano sonando loro. ‘Un s’intrometta!

Mascetti: No, aspetti, mi porga l’indice; ecco lo alzi così… guardi, guardi, guardi. Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? E prematura anche? Ma allora io le potrei dire, anche con il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vice-sindaco, capisce?

Vigile: Vicesindaco? Basta ‘osì, mi seguano al commissariato, prego!

Perozzi: No, no, no, attenzione! Noo! Pàstene soppaltate secondo l’articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati, per due, anche un pochino antani in prefettura…

Mascetti: …senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapìa tapiòco.

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“Amici miei”, anno 1975, regia di Mario Monicelli. La supercazzola – ovvero la famosa sequela di parole senza senso recitate velocemente per confondere l’interlocutore – fa il suo ingresso nel mondo del cinema. A esaltarne la potenza derisoria e comica è Ugo Tognazzi nei panni del conte Raffaello (detto Lello) Mascetti. Da quel momento in poi Tognazzi sarà ricordato per quella interpretazione, ma a 20 anni dalla scomparsa è giusto riscoprirne anche altre prove, sul palcoscenico e nella vita.

Oltre ad essere un personaggio amatissimo portava in sé un senso di irrequietezza e voglia di vivere che lo faceva spiccare rispetto ai suoi colleghi. Nell’arco della vita sperimentò una quantità tale di forme d’arte, esperienze personali e fatti privati di cui si potrebbe raccontare per ore. Una sintesi, seppur complessa, non può però prescindere da alcuni episodi, a partire dal 1936, quando tornò nella natìa Cremona dove, 14enne, trovò lavoro come operaio alla Negroni, fabbrica produttrice di salumi, e, nel tempo libero, recitò in una filodrammatica del dopolavoro aziendale (il suo debutto teatrale era avvenuto, quando aveva soli quattro anni, al teatro Donizetti di Bergamo), unendo quindi la grande passione per la cucina al futuro lavoro.

Arrivò la guerra e solo dopo la fine poté partecipare ad una serata per dilettanti tenutasi al Teatro Puccini di Milano a seguito della quale venne scritturato dalla compagnia teatrale di Wanda Osiris. Da lì alla fama il passo è breve, nel 1950 esordì al cinema con un film diretto da Mario Mattoli, “I cadetti di Guascogna”. L’anno seguente conobbe Raimondo Vianello con cui formò una grande coppia comica, legata proprio da una diversità apparentemente insuperabile. E invece a sorpresa i due si completavano molto bene e dal sodalizio nasce “Un due tre”, una trasmissione che dal 1954 al 1959 andò in onda sulla neonata Rai Tv.

Il programma rappresenta uno dei primi esempi di satira televisiva ed ebbe nel corso delle edizioni diversi episodi di censura e taglio dovuti più ai tempi non ancora maturi per quel tipo di comicità che a una effettiva velenosità delle battute. Il culmine, che portò alla chiusura del 25 giugno 1959 avvenne quando il duo decise di ridicolizzare un incidente occorso la sera prima alla Scala e insabbiato dai mezzi di stampa: l’allora Capo di Stato Giovanni Gronchi cadde a terra, a causa del mancato avvicinamento della sedia da parte di un collaboratore, accanto al presidente della Repubblica Francese De Gaulle. Il duo ripeté la scena e Vianello tolse la sedia a Tognazzi che cadde a terra e il primo gli gridò: "Chi ti credi di essere?". Tognazzi, seduto sul pavimento, allargò le braccia rispondendo: "Tutti possono cadere!". Risate del pubblico, fine dello sketch e del programma.

In seguito alternò cinema, teatro e televisione ottenendo successi in ogni campo. Negli anni ‘60 si dedicò alla commedia all’italiana, apportando un contributo personale e giocando la carta della sua provenienza geografica: interpretò personaggi emiliani, nello specifico parmigiani, in modo convincente e naturale, oltre che innovativo.

Ma non sempre le sue trasformazioni avevano un intento provocatorio. Lo spirito goliardico di Tognazzi era noto a tutti e nel 1979 prese parte ad uno dei più clamorosi scherzi della storia italiana. Si fece fotografare ammanettato da finti poliziotti per una celia preparata dal settimanale satirico “Il Male”. Tre finte edizioni de “Il Giorno”, “La Stampa”, “Paese Sera” uscirono con titoli che annunciavano l’arresto dell’attore, in quanto capo ("grande vecchio") delle famigerate Brigate Rosse. Per spiegare la goliardata non trovò altra motivazione che rivendicare "il diritto alla cazzata".

Il modo molto personale di interpretare una parte lo accompagnerà per tutta la carriera ma lo aiuterà soprattutto in personaggi picareschi, sguaiati o al limite come nelle trilogie di “Amici miei” (1975, 1982, 1985) o Il vizietto (1978, 1980, 1985). Non ancora soddisfatto, intraprese la strada registica (dirigendosi più volte) con “Il mantenuto”, “Il fischio al naso”, “Sissignore”, “Cattivi pensieri”, “I viaggiatori della sera”, e nel 1970, con la serie televisiva “FBI – Francesco Bertolazzi Investigatore”. Nella fase più avanzata della sua vita finì per dedicarsi soprattutto al teatro, recitando in “Sei personaggi in cerca d’autore” a Parigi e ne “L’avaro”.

Difficile per un personaggio così istrionico e creativo tenere separate vita privata e carriera pubblica. Il compimento massimo di questa commistione avvenne nel 1966, quando il campo da tennis di villa Tognazzi divenne sede per la prima volta di un torneo, il TTT (acronimo di Torneo Tennis Tognazzi), riservato a personaggi “del cinema e del teatro, della radio e della televisione, del giornalismo e di qualcos’altro”.

Per quei tempi era una novità assoluta, presa più come un passatempo di fine estate per ricchi spiritosi in cerca di divertimento, ed invece negli anni lo scherzo divenne consuetudine e tradizione. Il Torneo si svolse per ben 25 edizioni, tranne una breve pausa a cavallo tra anni 70 e 80. Fu proprio il padrone di casa, scarso tennista ma impagabile anfitrione, l’ideatore a creare il torneo ma soprattutto l’ambitissimo premio finale, lo "Scolapasta d’oro".

A questo punto, citato lo scolapasta, non si può tacere l’altra grande debolezza di Tognazzi, la cucina. Si narra che alla fine delle serate di torneo si finisse immancabilmente con dei grandi banchetti a base di spaghetti e vino. Ma la sua passione per il cibo andava ben oltre, sul suo sito si può trovare una dettagliatissima descrizione della tenuta di Velletri in cui c’è “un enorme frigorifero che sfugge alle regole della società dei consumi. Non è un "phiIcone", uno spettacolare frigorifero panciuto color bianco polare. È di legno, e occupa una intera parete della grande cucina. Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci”. Se non è amore questo…

Oltre che per la goliardia e la cucina, Tognazzi era celebre anche per la passione per il gentil sesso. Non a caso si sposò 2 volte ed ebbe figli da 3 donne diverse. La prima, nel 1955, fu Pat O’Hara, una ballerina irlandese con cui convisse e che diede alla luce Ricky, oggi apprezzato attore e regista. Nel 1962 conobbe poi Margaretha Robsahm, l’attrice norvegese che sposò nel 1963 e da cui ebbe Thomas, che ora si divide tra produzione e regia. Dopo 3 anni, di cui uno vissuto a cavallo tra Italia e Norvegia, nel ‘65 incontrò la donna della sua vita, Franca Bettoja. Come le altre, anche lei attrice riuscì, meglio delle altre, a tenere assieme una famiglia allargata, rinunciando pure a inseguire il proprio successo professionale. Dalla loro unione naqueroo 2 figli: Gianmarco (manco a dirlo attore) e Maria Sole, di professione regista.

Sarà proprio l’ultimogenita, a vent’anni dalla sua scomparsa, a chiudere il cerchio sulla grande saga della famiglia, firmando un documentario dal titolo “Ritratto di mio padre” mostrato alla festa del Cinema di Roma pochi giorni fa. In sede di presentazione del lavoro su Ugo dirà: “il suo difetto è che non diceva mai di no”. Mal comune, mezzo gaudio. Anche noi, trovandolo nei meandri dei palinsesti, non riusciamo mai a dirgli di no.