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Non nominare il secondo comandamento invano

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Secondo comandamento, primo comma: non nominare il secondo comandamento invano. Ai tempi del reality show televisivo. E ai tempi del reality show televisivo, di genere calcistico. Tempi moderni, disinibiti, supplementari per soddisfare qualsivoglia pulsione emergente, al bando ogni rigore morale. Figuriamoci, ogni dovere umano fondamentale (roba da radici ebraico-cristiane della civiltà occidentale, ramo potabile). A meno di riscrivere la legge già abolita. A meno di reinterpretarla al modo e all’uso del linguaggio di un format, di un contenitore. Senza alcun riferimento al suo significato, al senso, eventualmente al sacro.

Troppo difficile? Esempi facili facili: ai tempi della depenalizzazione del reato della bestemmia ("punito con l’ammenda da euro 51 a euro 309"), provvedono quindi gli sceneggiatori della tv dei reality, a riscrivere il codice nel quale è contenuta la legge. Nella fattispecie, nel caso della pronuncia registrata di una bestemmia: inasprendo la pena e intensificando i controlli per la persecuzione del reato. Per la condanna e per la squalifica del colpevole. È capitato tra l’altro a La fattoria 1, al Grande Fratello 5, a Music Farm 2, a L’isola dei famosi 4, ancora al Grande Fratello 10, negli ultimi sei anni. Secondo esempio: ai tempi del sistematico ricorso alla prova tv, nell’attività di amministrazione della giustizia sportiva in materia di calcio, dallo scorso febbraio si è data pronta applicazione a un monito del presidente del Comitato olimpico nazionale, Gianni Petrucci. Monito rivolto al presidente della Federazione italiana, Luigi Abete. "Affinché si evitino le bestemmie in campo".

Risultato, ai tempi della depenalizzazione - di fatto - delle scorrettezze del calciatore ("È da espulsione usare un linguaggio o fare gesti offensivi, ingiuriosi, oltraggiosi o minacciosi" recita pure, da sempre, il Regolamento del giuoco più bello del mondo): risultato, sono stati squalificati per una giornata Davide Lanzafame del Parma e l’allenatore del Chievo Verona Domenico Di Carlo, entrambi "per avere proferito un’espressione blasfema", domenica scorsa. Mentre per quanto riguarda il calciatore Michele Marcolini dello stesso Chievo, a sua discolpa il giudice sportivo stabilisce che, testuale: "acquisite ed esaminate le relative immagini televisive (Sky) di piena garanzia tecnica e documentale; rilevato che il calciatore clivense proferiva un’espressione gergale, in uso nel Triveneto e in Lombardia, con becero riferimento a “Diaz” e non a Dio (il diverso movimento delle labbra nella pronuncia della vocale aperta “A” rispetto alla vocale “O” legittima quanto meno un’incertezza interpretativa); ritenuto pertanto che la lettura labiale non offra una prova certa circa la pronuncia di un’espressione blasfema, si delibera di non adottare alcun provvedimento sanzionatorio nei suoi confronti".

Ecco cosa succede a nominare il secondo comandamento invano, evocandolo senza riflettere sul suo significato, sulla sua portata morale se non sul suo senso sacro. Succede che si comincia con la declamazione di buonissime intenzioni, e che si finisce per perdere tempo e il lume della ragione, davanti alle immagini della moviola. Senza un vero perché. Senza un motivo di fondo. Solo per impiegare uno strumento che c’è e che ci fa, che detta legge e neanche balbetta una spiegazione.

Meglio della grande Figc, allora, fa nel suo piccolo il Csi-Centro Sportivo Italiano che organizza l’attività sportiva nell’orbita delle parrocchie e degli oratori, sì. Dove da tempi non sospetti, com’è noto e com’è studiato nella catechesi, bestemmiare è un peccato. Ugualmente, con un pallone tra i piedi. Dove le parole che si pronunciano hanno ancora il loro peso. E al calciatore che proferisce un’espressione blasfema, si mostra talvolta un cartellino rosso, talvolta un altro azzurro (espulsione temporanea). A seconda del valore educativo che si attribuisce alla somministrazione della pena. Al recidivo o al commendevole, ma pentito. Punito in proporzione. In funzione di un’azione ri-educativa. Altrimenti che senso ha, qual è la pedagogia del format televisivo sportivo, supremo legislatore e giudice? Di quell’arbitro che insegna a rileggere il labiale, anziché riflettere sul significato delle parole che si pronunciano.

 

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