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“Non possiamo morire di fame”. La storia di Luca e del suo bar (che rischia di chiudere) nel cuore di Roma

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Questa è la storia di Luca. Luca – si tratta di un nome di fantasia – è il titolare di un bar nel centro storico di Roma, a due passi da San Pietro e dal Vaticano. Ha quarant’anni e come tanti commercianti, dopo l’allentamento del lockdown, ha deciso di riaprire il suo esercizio commerciale. Ha così tirato su la serranda del negozio e dal 18 maggio sta cercando di riprendere la vita normale. Luca è rimasto solo all’interno del bar, eccezion fatta per una dipendente che gestisce i clienti sia ai tavoli che al banco. I restanti dipendenti sono rimasti purtroppo a casa e stanno aspettando ancora che arrivino gli ammortizzatori sociali promessi a gran voce dal governo Conte. Il bar è grazioso: curato nei minimi dettagli, si trova a due passi da Borgo Pio. La culla della cristianità è dietro l’angolo e Luca si sente in qualche modo protetto da Dio nelle scelte che compie.

“Non è stato facile riaprire – mi confida in un pomeriggio di fine maggio – ma ho voluto fare lo stesso questa scommessa. I clienti sono ancora pochi: noi durante l’anno lavoriamo con l’università, con gli studenti, le colazioni, i pranzi dei professori. Poi ci sono anche diversi studi di avvocati ma dal lockdown in poi le segretarie si sono abituate a portarsi il pranzo da casa e da noi non vengono. Certo – spiega Luca – abbiamo clienti fidati che sono stati felicissimi della nostra riapertura, ma le loro consumazioni non bastano a coprire tutti i costi di gestione”.

Già, i costi. Tra bollette e spese fisse, Luca si sente stretto un cappio al collo. Non sa come far fronte a queste incombenze e ha sperato fino all’ultimo in aiuti concreti del governo. “Non sono uno che vive di sussidi, anzi – dice con orgoglio -. Ho sempre pensato di fare qualcosa per gli altri e sono stato felice quando il mio bar è diventato il punto di ritrovo per molti nel quartiere. La quarantena però ha azzerato tutto ciò e adesso devo ricominciare da capo. Non sono spaventato ma – si domanda – perché le istituzioni ci hanno abbandonato? Se continuiamo così, saremo costretti a morire di fame”. Luca non nasconde le sue paure e mostra il suo lato fragile, quel lato che la vita a volte sottopone a duri colpi. “Io voglio ripartire – dice – ma le misure imposte dal governo impediscono a tutti gli effetti di fatturare e quindi di coprire le spese correnti: non serve un genio dell’economia per capirlo. Per questo, ho cercato di aggiornare i menù, proporre soluzioni accattivanti per accaparrarmi clientela nuova, ma non aumentare i prezzi è un’impresa assurda. Le speculazioni non mi piacciono, chi mi conosce sa di che pasta sono fatto e come la penso”.

Insomma, Luca vuole ripartire e con tutte le forze sta cercando di far sì che il suo bar torni agli splendori del passato. La sola dipendente che gli resta lo aiuta in tutto quello che c’è da fare, altri camerieri non sono ammessi perché al momento sono un costo. In molti infatti hanno sperato in risposte concrete, risposte che provenissero dal governo e dal tanto atteso Decreto Rilancio. “I provvedimenti che fin qui sono stati adottati sono poca cosa – afferma Luca -; non voglio generare inutili lamentele ma si poteva e si doveva fare di più. Io sto lavorando a singhiozzo, i clienti sono pochi e temo di dover chiudere se non riuscirò a coprire tutte le spese”. Mentre parla, Luca abbassa gli occhi: si percepisce amarezza sul suo volto. E’ come se la sua persona – insieme a quelle di altri commercianti – fosse stata dimenticata dalle istituzioni; eppure è proprio chi ci governa che dovrebbe farsi carico di chi non ce la fa a tirare avanti la carretta. I sussidi possono tamponare le emergenze, ma non possono risolverle. Per ripartire davvero, servono investimenti, meno burocrazia e più libertà imprenditoriale. Via lacci e lacciuoli: l’Italia è un grande paese, non ammette mezze misure. Luca è consapevole di tutto ciò ma nulla può fare a livello dirigenziale se non quello che sta già facendo: alzare la serranda del suo negozio, attirare clienti, rendere accattivante il suo bel bar nel cuore della Capitale. E’ quasi sera quando ci salutiamo: Luca deve allestire i tavoli per la cena, rischia di fare tardi. Mentre mi allontano, mi volto a guardarlo: sorride mentre lavora, gioisce per quello che fa.

Vorrei che questo entusiasmo arrivasse a chi di dovere, a chi decide le sorti di gente come Luca. Lui lo sa che può farcela. Forza, non mollare proprio ora!

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