Non ricordiamoci dei cristiani nel mondo solo se muoiono in massa

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Non ricordiamoci dei cristiani nel mondo solo se muoiono in massa

Non ricordiamoci dei cristiani nel mondo solo se muoiono in massa

06 Febbraio 2011

Ogni quattro perseguitati al mondo per motivi razziali, di nazionalità o di religione tre sono cristiani. Un eccidio di cui ci si ricorda solo quando la soglia del numero di morti supera la decina. Non è abbastanza, non è degno delle iniziative dell’Occidente civilizzato. Eppure a livello internazionale ci si muove continuamente perché il problema della persecuzione dei cristiani nel mondo non sia solo un titolo da prima pagina dei giornali. Massimo Introvigne, che è appena stato nominato rappresentante Osce per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, con un’attenzione particolare alla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni, ha molte idee su cosa devono fare gli organismi internazionali e in particolare l’Osce.

Come ha preso il suo incarico all’Osce, professor Introvigne?

Si tratta di un incarico di servizio, di un incarico onorario, senza budget e senza remunerazione, che però è molto impegnativo. È un servizio che spero di rendere all’Osce, ai paesi che mi hanno segnalato: l’Italia in primis, naturalmente, e la Santa Sede ma soprattutto ai cristiani perseguitati e alle altre vittime del razzismo, della xenofobia e della discriminazione nel mondo.

Ma come si fa a svolgere un’attività così impegnativa senza soldi?

Il budget è molto limitato, tuttavia l’Osce è un’organizzazione che gode di grande prestigio. E questo nel corso degli anni ha permesso di offrire  un formidabile contributo alla formulazione di leggi nuove in tutti i paesi dell’Europa dell’est, del Caucaso centrale e dell’Asia centrale dopo la caduta del muro. Credo quindi che grazie al faticoso lavoro di ricerca presso gli stati partecipanti e le Ong di aiuti economici volti a finanziare iniziativa per iniziativa si possa arrivare a buoni risultati.

Quali saranno i suoi primi obiettivi?

Una delle maggiori iniziative nel campo dei diritti umani dell’Osce nel 2011 sarà la tavola rotonda su intolleranza e discriminazione contro i cristiani che si terra a Roma a maggio e che avrà come sponsor proprio il Comune capitolino. Si tratta di una iniziativa internazionale, che vedrà la partecipazione degli Ambasciatori dell’Osce, del chairman dell’Organizzazione, che è l’attuale ministro degli esteri lituano, di Franco Frattini, e, molto probabilmente, persino del Segretario di Stato Vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone. Il primo lavoro, dunque, è stato diplomatico: far mettere in calendario questo incontro sui temi che ci stanno a cuore, ma a questo si è affiancato un altro lavoro: trovare uno sponsor disponibile a farsi carico dei costi dell’iniziativa. Grazie al contributo del Comune di Roma, è stato possibile organizzarlo.

E come rispondono i paesi che fanno parte dell’Osce in cui la tutela del diritto alla libertà religiosa non è proprio all’ordine del giorno rispetto a queste iniziative?

L’Osce ha una sua tradizione, volta a sollecitare inviti per tutti i rappresentanti di paesi membri. Alcuni paesi rifiutano da molti anni di prendere parte alle nostre attività, ma si tratta di eccezioni in genere dell’area dell’Asia centrale. Queste visite ufficiali dei rappresentanti risultano poi nella stesura di un rapporto che è molto utile. Anche queste partecipazioni hanno bisogno di un budget a disposizione e anche questo di solito è coperto dai paesi più ricchi. In particolare – per le iniziative in difesa della libertà di religione e in particolare della religione cristiana – uno degli stati che dà la quantità maggiore di contributi da sempre è proprio l’Italia. Alla fine i conti quadrano e non c’è mai stata una visita cancellata per mancanza di fondi.

Questo dal punto di vista, diciamo così, diplomatico. Ma che apporto può avere un’azione diplomatica come quella dell’Osce rispetto alle aree di crisi, in cui cristiani (e non solo) muoiono ammazzati?

Credo che per rispondere a questa domanda si debbano prospettare due tipi di azione, tra loro molto differenti. Due piani molto distinti che è importante che teniamo distinti. Il primo – e questo è il tema dell’anno di presidenza di turno della Lituana – è quello della awareness. Creare nel mondo una consapevolezza e conseguentemente educare rispetto a questi temi. In questo ambito, ne sono convinto, in effetti si può fare molto, se pensiamo che i cristiani sono la minoranza più perseguitata del mondo: tre episodi di persecuzione su quattro sono ai danni di cristiani. Ecco, tutte queste cose la gente non le sa. Io credo che l’Osce ha come primo compito quello di fare crescere la consapevolezza della gravità della situazione.

E in che modo far crescere la consapevolezza?

La proposta che ho lanciato a Strasburgo di creare una giornata europea dei Martiri Cristiani per ricordare i tanti credenti del nostro tempo uccisi in odio alla fede e alla Chiesa si muove in tal senso. Questa giornata, in cui si vuole vengano ricordati i martiri cristiani nel mondo contemporaneo, dovrebbe tradursi in un momento simbolico che, con una serie di iniziative da tenere nelle scuole, nelle città, nei quartieri, così come già avviene per sensibilizzare la società civile su altre grandi questioni come il razzismo e l’antisemitismo, dovrebbe far crescere la consapevolezza che chi professa il credo cristiano nel mondo rischia continuamente la propria vita in nome della fede. Perché qual è il grande rischio? Che della persecuzione dei cristiani ci si occupi sono quando accadono carneficine, come quella di poco tempo fa ad Alessandria d’Egitto o in Iraq, e poi non se ne parli più per mesi. Ecco, tornare ogni anno a fare un esame di coscienza sarebbe molto utile.

Ma chi dovrebbe farsi promotore di una iniziativa di questo genere?

Iniziative di questo genere non prendono quasi mai avvio a livello europeo, per gli eccessi burocratici di cui l’Unione stessa in qualche modo è vittima, ma per iniziativa di alcuni specifici paesi. Per questo lancio un appello proprio alle forze politiche italiane, quelle che si sono dimostrate più sensibili a queste tematiche, e anche alle Fondazioni come Magna Carta, perché in Italia si proclami una giornata dei martiri cristiani del nostro tempo, invitando le scuole e le città ad un breve ricordo, magari attraverso materiale educativo, spazi televisivi, articoli di giornale, tutte iniziative che facciano prendere coscienza di questo immenso dramma.

Ha in mente una data?

Ho proposto il 7 maggio perché il 7 maggio del 2000 il prossimo beato, Giovanni Paolo II, mise in atto quella grande iniziativa – che lui stesso non volle solo cattolica ma ecumenica, invitando numerose comunità non cattoliche, ortodosse, protestanti, al Colosseo – durante la quale si ricordarono le maggiori persecuzioni moderne: da quella nazista a quella comunista a quella del fondamentalismo islamico a quella dei nazionalismi a sfondo fondamentalista in Asia, senza dimenticare neppure la criminalità organizzata che in Messico, in Colombia ma anche in altri paesi del mondo ha fatto dei morti tra i cristiani. Una data importane perché verrebbe subito dopo la beatificazione di Giovanni Paolo II del primo maggio e dopo il vertice di Roma del 4 maggio.

E il secondo strumento di intervento a cui accennava?

Il secondo volano è quello dell’intervento concreto per migliorare delle legislazioni e per salvare delle vite: i paesi Osce, che hanno firmato gli accordi di Helsinky del 1975 sono indubbiamente sensibili a questi temi. E anche la dove è più difficile intervenire qualcosa può muoversi. Penso al Kazakistan, che ha avuto la presidenza dell’Osce l’anno scorso, e che si è impegnata a modificare in nome del rispetto della libertà di religione l’atteggiamento verso le comunità cristiane. Anche la chiesa cattolica ha visto degli effetti positivi. Tra i paesi che fanno parte dell’Osce, tra cui ci sono tutti quelli dell’area centrale del Caucaso ex sovietici, tranne in Bielorussia, dove l’Osce l’anno scorso ha portato via per violazione dei diritti umani i suoi rappresentanti, ma speriamo di poter tornare, in tutti questi paesi – dicevo – l’Osce ha delle missioni con dei dipendenti e credo che dei piccoli miglioramenti lavorando con tenacia e pazienza si possano ottenere. Naturalmente al di fuori dell’Osce, penso a paesi come la Corea del nord, che anche quest’anno ha vinto “la medaglia d’oro” come paese che tutela di meno i diritti della persona al mondo – ecco, lì non si può far nulla se non produrre qualche iniziativa culturale e fare un po’ di moral suation che con gente coi nord coreani non è che sia molto efficace.

Professor Introvigne, non esiste sono la persecuzione dei cristiani che subiscono violenza e tortura. C’è anche un altro tipo di persecuzione anticristiana ed è altrettanto insidiosa. Si tratta dell’atteggiamento, sempre più diffuso in Occidente, di marginalizzare chi professa un credo dagli spazi pubblici.

C’è quella che il Santo Padre ha recentemente chiamato la “persecuzione sottile”. Questo tipo di sopraffazione non è messa certo sullo stesso piano con quella che produce morti ammazzati ma ha un valore simbolico che non può essere sottaciuto.

Pensa alla rimozione – qualche volta clamorosa, come nel caso italiano di qualche tempo fa – del crocefisso dalle aule scolastiche?

Qualche volta sono i crocifissi che spariscono silenziosamente, in altri casi è la celebrazione del Natale o della Pasqua, lentamente spariscono dallo spazio pubblico i simboli cristiani. Con questo atteggiamento, la religione è ridotta a un fatto puramente privato e si arriva al paradosso che uno è libero di professare la propria religione come è libero di ubriacarsi e a casa sua però a patto che non si faccia vedere dagli amici e soprattutto non ne parli con gli amici perché è una cosa molto maleducata. Proprio per questo parte del programma che ho annunciato, anche alla Conferenza di Roma sarà dedicato alla persecuzione sottile. Con due grandi percorsi: che cos’è l’intolleranza e la persecuzione dei cristiani a est di Vienna e che cosa a Ovest di Vienna, che vuole dire in Francia, Spagna, Gran Bretagna e anche, purtroppo, nel nostro paese.