Non serve un museo per combattere  la camorra

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Non serve un museo per combattere la camorra

26 Giugno 2008

Da qualche tempo a Napoli si caldeggia l’ipotesi di dedicare un museo alla camorra. I difensori di questa scelta sostengono che un museo consentirebbe di conoscere meglio il fenomeno, per poterlo combattere più efficacemente. Tuttavia quando si vanno a leggere le dichiarazioni dei fautori della nuova iniziativa non si esce da un generoso, ma generico, chiacchiericcio. Secondo Marco De Marco, direttore del "Corriere del Mezzogiorno", «un museo serve a tenere alta la tensione civile, favorisce la presa d’atto di una realtà scomoda e aiuta a mantenere viva la riflessione collettiva». Sulla stessa linea d’onda, ma con l’aggravante di fare uso di un gergo indigeribile, il segretario regionale della Cgil, Michele Gravano. A suo parere il museo servirebbe a «rendere strategico e permanente un impegno concreto e costante di contrasto e di lotta alla criminalità», inoltre esso potrebbe servire per tutti gli «studiosi, italiani e stranieri, che si occupano del fenomeno dal punto di vista professionale». Il museo, sempre stando ai si dice, verrebbe finanziato dall’Unione industriali.

Certo, non si può negare che le intenzioni siano lodevoli. Soprattutto, si può sottoscrivere l’intenzione di non perdere mai di vista il fenomeno della delinquenza organizzata in Campania, come si fece negli anni del cosiddetto "rinascimento napoletano". Il problema semmai è di capire se il museo è un mezzo adeguato per raggiungere lo scopo. Personalmente non mi pare un’idea felice. Non si sente nessun bisogno di un centro che documenti o faccia conoscere il crimine organizzato campano. I cittadini sanno a loro spese cosa sia la delinquenza e come essa pesi anche nella vita di ogni giorno. Anche le forze di polizia ben conoscono la natura e la consistenza del fenomeno. Ma spesso non dispongono dei mezzi necessari per contrastarlo. Per capirlo basta riportarsi a un episodio di qualche mese addietro. Nel dicembre scorso la polizia arrestava in un’abitazione di Casavatore in provincia di Napoli, dove si rifugiava da qualche mese, il boss Edoardo Contini. Capo dell’alleanza di Secondigliano, Contini era uno dei trenta ricercati più pericolosi d’Italia. La soddisfazione che ho provato nell’apprendere la notizia è diminuita di molto quando sono venuto a conoscenza del fatto che per il boss si trattava del terzo arresto. Era già stato imprigionato due volte e poi scarcerato per decorrenza dei termini. Insomma, non c’è da stupirsi che la situazione dell’ordine pubblico resti grave. Troppo spesso il lavoro della polizia viene vanificato da un eccesso di garantismo, che consente a delinquenti abituali di sottrarsi alle meritatissime pene.

La prima cosa da fare, perciò, è quella di inasprire l’azione repressiva. Come fu fatto in Sicilia dopo gli omicidi di Falcone e di Borsellino, occorre impegnare l’esercito per il controllo del territorio e coadiuvare efficacemente l’azione delle forze polizia. D’altronde, una azione repressiva più dura avrebbe anche un valore culturale e politico di ordine più generale. Si sostiene spesso, e non del tutto a torto, che la forza incontrastata dei boss camorristici conferisce loro un’aurea di superiorità. Così il capo clan diventa, soprattutto in zone dove è meno forte la presenza dello stato, una figura positiva, un esempio da ammirare. Colpire in modo fermo i camorristi relegarli in galera rapidamente, buttando via per sempre la chiave, sarebbe un modo più sicuro per contrastare la cultura della illegalità dei tanti fervorini buonistico-sociologici che gli esperti del nuovo museo sarebbero pronti ad ammannirci.
Infine, occorre ricordare come anche l’emergenza rifiuti dipende in parte non secondaria dalla capacità di controllo del territorio dimostrata dalla malavita. Le popolazioni sono riottose alla localizzazione di nuovi siti di smaltimento dei rifiuti non solo per un gretto riflesso di localistico, ma anche perché per lunghi anni la delinquenza organizzata ha sversato rifiuti tossici in discariche abusive. Un impegno più deciso di contrasto del crimine organizzato darebbe un notevole contributo anche alla soluzione di questo problema.

Da queste semplici osservazioni discende anche un piccolo suggerimento alternativo che ci permettiamo di avanzare ai fautori del museo della camorra. Se l’Unione industriale vuol fare una cosa utile può stanziare dei fondi per costruire un nuovo carcere. Una struttura  da donare allo stato e nel quale rinchiudere per sempre tutti i capi camorristi. Questa sarebbe certo una sollecitazione utile alle istituzioni e al governo per un’azione punitiva più energica ed efficace. Non abbiamo bisogno di nuovi esperti, che di dicano cos’è la camorra, ma di norme adeguate e di una volontà ferma di colpire ed eliminare il fenomeno.